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Il 25 novembre uscì una notizia sul sito della BBC che mi incuriosì: avevo già qualcosa da dire sui disordini delle banlieue francesi ma dopo aver letto “Some French politicians claim violent rap lyrics stoked the violence” mi è venuto anche un po’ da ridere… Alcuni politici francesi hanno accusato un famoso rapper francese, Monsieur R, vero nome Richard Makela, di aver istigato, con una canzone del 1995, i rivoltosi francesi contro il loro paese. Il rapper, che già sta subendo un processo per oltraggio al buoncostume su richiesta di un’altro politico francese, a causa della canzone FranSSe che paragona la Francia ad una prostituta, si difende dicendo che quelle parole non sono altro che accuse alla politica razzista e anti-immigrazione del governo francese che, nonostante gli immigrati ora siano di terza, quarta o quinta generazione, sembra destinare costoro a vivere per sempre nelle banlieue.
Non posso negare di essere particolarmente critica con le politiche di immigrazione francese, specialmente con i provvedimenti presi del ministro dell’istruzione a proposito dell’ostentazione dei simboli religiosi. Sembra che la Francia abbia deciso di combattere l’immigrazione invece che regolarla, e sembra che per avvantaggiarsi in questa guerra abbia scelto di restringere sensibilmente il diritto all’espressione di idee e pareri, tanto caro ai francesi della storica rivoluzione.
La Francia si vanta di essere riuscita a garantire ai suoi cittadini, nella storia, un atteggiamento neutrale nei confronti delle differenze, a tutela proprio di chi è soggetto a ritorsioni razziste e violenze: questa cecità pubblica alle differenze ha però conseguenze disastrose che rende la Francia cieca anche ai disagi e alle necessità di gruppi che non possono superare le difficoltà del processo di integrazione in un paese ospite, senza la protezione e l’appoggio dello stato stesso. La cecità pubblica impedisce al governo francese anche di vedere gli stessi immigrati.
Dai primi casi di violenza del 27 ottobre ad oggi il provvedimento preso dal governo francese, oltre a citare in giudizio il rapper magrebino, è stato quello di introdurre un ristretto coprifuoco in più di trenta città, con ancor più severe restrizioni per le donne, cui è sconsigliato vivamente di muoversi libere per le strade, ma niente è stato fatto per spengere la rabbia di questi giovanissimi francesi. È difficile pensare che le parole di Monsieur R, seppur arrabbiate e violente, abbiano causato le reazioni di un gruppo di rivoltosi che sono oramai rappresentanti di un popolo all’interno dello stato francese.
È poi indicativo che siano i giovani a rivoltare: sono figli di immigrati, a volte nipoti, sono quindi francesi, eppure, come si legge sempre sullo stesso articolo nel sito della BBC, i ragazzi magrebini non possono entrare nelle discoteche, vengono cacciati dai pub e, molto peggio, non possono aspirare a lavori più prestigiosi, come nel campo delle vendite, perché nessuna azienda si farebbe rappresentare da uno chiamato Ali o Rachid, invece che Alain o Richard. Ci sono infinite organizzazioni contro il razzismo in Francia, eppure se la disoccupazione dei cittadini francesi “originali” e laureati è del 5% per i cittadini di seconda classe, sempre laureati, la disoccupazione supera il 25%.
Monsieur R (che, seppure il rap mi annoi un po’, consiglierei a qualche politico francese) in una sua intervista dice: “poche persone in Francia hanno un atteggiamento neutrale nei nostri confronti, il più delle volte o hanno paura o sono affascinate e incuriosite, e questi sono due atteggiamenti opposti ma che egualmente non ci fanno sentire a casa”. Direi che la soluzione che tanto cercano i combattuti politici francesi si trova tra le carte del processo ai rapper istigatori: invece di comodamente assecondare il sentimento razzista del popolo francese, questi signori si dovrebbero dar da fare a costruire una società dove i francesi non si sentano in pericolo o esclusi. I. Berlin esemplificava la situazione degli immigrati nella situazione di un individuo qualsiasi: il filosofo diceva che solo in un ambiente familiare, come la propria casa, un uomo può fiorire e produrre e sviluppare idee, invece, in un ambiente ostile l’uomo si sente oppresso e il più delle volte reagisce violentemente. Così penso dovremmo guardare a questi fenomeni, anche con un occhio al futuro dell’immigrazione in Europa che aumenta con costante regolarità: la Francia infatti è un ottimo esempio negativo da tenere in considerazione per evitare errori ancora più grossolani. Un ultimo e probabilmente irrilevante appunto: io tutte queste cose le ho dovute leggere sul sito della BBC, perché in Italia di questi argomenti non se ne parla più da molte settimane.

Laura Lo Coco