| << Articolo precedente |
![]()
Una delle opere più bistrattate di William Shakespeare sono i Sonetti: per quale motivo questi siano considerati meno validi delle tragedie non è facile a dirsi, sicuramente una delle caratteristiche che potrebbero rendere questo lavoro meno interessante è quella che lo vede come il frutto dell’ispirazione, tipica di quel periodo, alle opere petrarchesche. Intorno agli ultimi anni del 1500 infatti era scoppiato in Inghilterra un petrarchismo che aveva investito tutte le opere poetiche internazionali. Le Rime del Petrarca o i suoi Trionfi avevano per così dire travolto la poesia cinquecentesca fino a costituire il modello del nuovo umanesimo poetico. Al contrario delle tragedie o delle sue commedie, i Sonetti di Shakespeare sono quindi delle opere non innovative. Spesso poi i Sonetti vengono letti alla ricerca di notizie sul personaggio storico di Shakespeare, speculando sul fatto che fosse stato omosessuale o avesse avuto mille amanti. A volte di fronte a questa opera si dimentica che i Sonetti sono stati molto probabilmente pensati come un corpo unico, un canzoniere, e sono stati preparati dall’autore con la stessa dedizione di una delle sue migliori tragedie.
Ci si confonde facilmente a leggerli, si potrebbe pensare che Shakespeare sia stato con questi il precursore dello “stream-of-consciousness” per quanto sembrino impeti di passione, eppure la raccolta dei Sonetti è un lavoro che sottende uno schema, una tesi, che parte dall’immagine e arriva alla sostanza. I temi principali si svolgono infatti in questa direzione: i primi sonetti esplorano il concetto di bellezza, vuota, falsa, che come un’illusione cela la verità per non rivelarla mai. L’unico modo per renderla eterna è quello di tramandarla e sfuggire al tempo attraverso la fertilità. Il bello è tenuto a riprodursi per sempre, è un peccato, un crimine, che il giovane protagonista dei primi sonetti non si sposi e non generi figli belli come lui.
Il tempo è il seguito, il Tempo è insieme alla Poesia l’argomento centrale e vero destinatario degli sforzi del poeta: questi due titani si combattono, l’uno per la distruzione, l’altra per l’eternizzazione della bellezza. Pur abbandonando il manierismo con il suo linguaggio moderno, Shakespeare promuove la poesia nella sua accezione più tradizionale: la fama, l’eternità che, come nel mito greco, combatte l’immortalità. Ed è finalmente questo procedimento, di cui Shakespeare si sente responsabile, a trasformare la sola e ingannevole immagine in bellezza: l’uomo e la donna, portatrici di questa bellezza ne sono semplicemente ambasciatori che presto verranno costretti a separarsene per imbruttire e invecchiare. La sostanza si trasferirà nella Poesia eterna.
Forse Shakespeare non è stato un innovatore nella poesia cinquecentesca, ma senza dubbio ne è stato uno dei più profondi interpreti perché, come nelle sue tragedie, egli non ha mai rinunciato a sé stesso pur restando affascinato dalle mode letterarie del suo tempo.
| Laura Lo Coco |