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Ricordo. Non ricordo. Ricordo un giorno di maggio, uno di quelli come tanti, così da faticare a distinguerlo tra gli altri. E ricordo un profumo: quello sì lo ricordo bene. Il glicine avvolgeva la finestra aperta e la torta di mela e cannella si annunciava già dalla strada. Un aroma dolce, fruttato e speziato insieme, che brillava, assoluto, con una nebbia di memoria indistinte tutte attorno…
Molte scuole di scrittura creativa propongono esercizi come questo per liberare l'inventiva degli aspiranti scrittori, poiché la memoria, che solitamente è fin troppo vincolata dai freni della malsana razionalità, non riesce a far passare il proprio bagaglio di magia ed emozioni attraverso i meandri rigorosamente costruiti del cervello, privando così la bocca, o le mani, del miglior materiale possibile per comporre. Di solito, però, si è abituati a vedere la memoria come il risultato di un processo più complesso, come la meta da raggiungere o come una necessità per non andare alla deriva nella società: ecco quindi che così nascono le celebrazioni per fatti antichi, le opere che tramandano ricordi memorandi ed i culti del tempo passato, tutte cose, a mio avviso che sfruttano una facoltà tanto potente in un modo ben bieco.
La memoria, che custodisce la vita vissuta distillandone le parti migliori, nell'ovvietà di tutti i giorni trova la sua funzione nel non permettere che gli uomini lascino trapassare nell'oblio i gravi errori commessi e le date che sembrano essere degne di non sbiadirsi negli album di famiglia, ma nella letteratura, nella pratica scrittoria, essa trova la sua applicazione più genuina. Ci sono comunque coloro che vedono nel ricordo il mezzo per non lasciare che un qualunquista 27 marzo si confonda con gli altri 365 giorni dell'anno (se bisestile): almeno così loro hanno qualcosa da scrivere in quella casella del calendario! Ma la Memoria, quella con la “m” maiuscola, non ha nulla a che vedere con il tempo scandito dalle lancette che ruotano sui rubini degli orologi. È qui che la letteratura si scopre come il mezzo per valorizzare i ritmi asistematici della memoria, ritmi che non si possono inserire nelle maglie precostituite della storia o della Storia, o ritmi che vanno ben al di là delle possibilità di razionali discipline di studio come la filosofia o la storia. La letteratura, invece, non cerca di imbrigliare il tempo dentro prefissati schematismi mentali, anzi, il più delle volte e nei casi meglio riusciti, si piace di giocare con il tempo, dilatandolo o contraendolo, senza imporsi e senza lasciarsi imporre, come si addice nei migliori dei matrimoni. Mi viene da pensare a quando Marcel Proust descrisse nella Ricerca del tempo perduto le percezioni provate da Marcel mentre stava bevendo la tisana assaggiando la famosa madeleine. Questo sapore gli risveglia per uno scatto della memoria involontaria il sapore che provava quando era bambino ed andava a trovare la nonna e, e, e, e… È questo il momento in cui il tempo perduto ritorna in tutta la sua essenza, quello che è uno dei momenti topici della Ricerca del tempo perduto : esso riemerge partendo da una sensazione che lo recupera integralmente restituendolo non tanto nella sua contingenza, quanto nella sua essenza. Si può mentalmente immaginare che questa percezione, che è una percezione della memoria involontaria e quindi improvvisa, della durata di un istante, per essere però compresa dal buon Marcel è necessario molto tempo: egli ci pensa e ci medita, la analizza, e finalmente giunge a riconoscere di che cosa era risorgenza quella sensazione. Sta qui il gioco del tempo, o meglio con il tempo: il passato e la memoria, attraverso la letteratura, si svicolano della loro successione temporale e dal loro contesto oggettivo, penetrando nell'individuo attraverso le sue sensazioni e ritornando al lettore nella forma mediata e purgata della scrittura.
Allo scrittore non interessano i grandi fatti storici, le epoche lontane buone solo per riempire pagine sui libri di storia: egli è prima di tutto un individuo che vive in un tempo ed in una vita personale, ed è in questi vissuti propri che egli cerca il tempo, il proprio tempo, quello che interessa a lui e lui solo. Mi viene in mente La storia di Elsa Morante dove ogni capitolo di storia vera, in cui la vicenda si muove, è introdotta da qualche riga sui fatti “ufficiali” dello stesso anno: una decina di pagine di storia ufficiale contro le più di 500 di storia vera, direi che è una giusta proporzione. Così facendo, il passato rivive di una vita nuova che ha nel presente la funzione di crescere all'interno dell'individuo, senza venire fossilizzato in monumenti che mirano più alla superficialità che alla sostanza.