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Spesso gli insegnanti, nel disperato tentativo di stimolare gli studenti a studiarla, spiegano che la storia è “maestra di vita”: frase efficace, significativa, incisiva. Inutile, il più delle volte. Eppure è veritiera. E su questo punto sembrano non avere dubbi gran parte dei politici. Avete notato i giornali nelle ultime settimane? Tasse, terrorismo e pensioni sembrano quasi dimenticati: si fa però un gran parlare di Br, di Craxi e Prima Repubblica, di partigiani e fascisti, di foibe. I fantasmi del passato continuano a tormentare i vivi, e alimentano polemiche odierne. Non crediamo però che si tratti di una questione esclusiva di questi ultimi anni: come tanti altri problemi, ce lo trasciniamo da quando quattro gatti di nostri avi unificarono il paese. Da allora è sempre esistito un fraintendimento su cosa sia la memoria collettiva. Forse è l'aggettivo che inganna: anche i non marxisti ci leggono un “così è per tutti”. In effetti è ciò che si è sempre cercato di imporre in Italia: una memoria pubblica unica. Purtroppo ciò ha causato l'esclusione di molti “gruppi”. L'Italia liberale e monarchica celebrava il ricordo del Risorgimento, che i cattolici avversavano; intanto gruppi socialisti crescevano all'ombra dello Stato, sognando di combatterlo. Lo stesso accadde ai fascisti dopo la prima Guerra mondiale: il paese del Re e di Giolitti doveva essere ribaltato. Il fascismo, una volta al potere, s'impegnò a creare una memoria delle italiche virtù che risalisse fino a Roma. Il regime ebbe l'accortezza di concedere spazi al mondo cattolico, ma la sua era appunto una costruzione, in parte fittizia, che quindi non poteva reggere la fine del Ventennio. Il fatto è che la storia unitaria italiana è costellata dal sorgere di “gruppi” di carattere antinazionale: cattolici, socialisti, fascisti, comunisti e giù fino ai fenomeni delle leghe. Gruppi che non accettavano né l'ordine esistente né la memoria collettiva ufficiale. A questa ne contrapponevano una propria; ancora oggi, nelle pieghe delle cronache locali, troviamo consiglieri comunali leghisti che vorrebbero sostituire le statue di Garibaldi con quelle di Cattaneo. Quindi i gruppi “emarginati” combattono quelli dominanti anche a colpi di storia, rivendicando uno spazio che viene loro negato. Si, perché chi comanda non è disposto a riconoscere il ruolo altrui. In questo modo, in Parlamento si litiga tra ex e post (fascisti, comunisti…) per il riconoscimento ai combattenti di Salò dello status di belligeranti, si dibatte sull'opportunità di trasmettere sceneggiati sulle foibe, si infarciscono i calendari di giorni della memoria e commemorazioni. Nessuno tenta delle conciliazioni e si vive in perenne stato di “revanscismo storico”. Negli Stati Uniti, mesi fa, sono state ripescate alcune salme di sommergibilisti sudisti: hanno ricevuto pubblici funerali militari, a 140 anni di distanza, e senza che al Congresso si scatenasse il finimondo. In Francia, da molti anni ragazzi algerini convivono banco a banco con francesi nonostante la lacerante guerra coloniale. Solo da noi non si può? Solo noi non comprendiamo che la memoria collettiva può sopravvivere anche convivendo con altre memorie? Solo qui, a quasi un secolo e mezzo dall'Unità, il senso nazionale è così fragile da doversi difendere con forza dalle altre memorie italiane ?