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L’arresto di Mario Chiesa nel febbraio 1992 è giustamente ricordato come l’episodio che, anche simbolicamente, segnò l’inizio del crollo del sistema politico che aveva retto l’Italia dalla nascita della repubblica in poi. Le elezioni politiche del 5 aprile di quell’anno confermarono come i vecchi partiti non godessero più della fiducia dei cittadini: la DC ottenne il 31,6%, peggior risultato di sempre, il PSI perse voti per la prima volta dal 1979; il PDS di Occhetto arrivò al 17,2%: sommati i voti con quelli di Rifondazione, l’area ex PCI arrivò al 23%, un risultato che i comunisti ottenevano negli anni ’50, quando erano lungi dal minacciare la DC. Di fronte a questi segnali evidenti, la classe politica mostrò il proprio logoramento, incapace com’era di interpretare il 9,2% (su scala nazionale) ottenuto dalla Lega e l’emergere vigoroso dei movimenti referendari. Queste due forze interpretavano voci diverse che chiedevano cambiamenti profondi della vecchia struttura: cambiamenti di ordine principalmente economico la Lega (una distribuzione della ricchezza che premiasse il Nord), e di ordine istituzionale Mari Segni e i suoi referendum. La Lega rappresentava istanze nuove, che la Dc in particolare aveva erroneamente sottovalutato, ritenendo il movimento di Bossi un fuoco di paglia: solo le Regionali del ’90 (Lega al 21% in Lombardia) aprirono gli occhi alla DC.
Esisteva invece un dibattito interno al partito di maggioranza su possibili riforme della legge elettorale e dell’assetto istituzionale fin dagli anni ’70: il problema fu che mai quel dibattito si tramutò in proposta politica. Ancora all’inizio del ’91, dopo che Occhetto cambiò nome al suo partito, i dirigenti della DC riuscirono a trovare una bozza d’intesa che prevedeva l’obbligo di formare gli schieramenti prima delle elezioni, con premio di maggioranza a chi avesse superato il 51% delle preferenze. Ma lo scudo crociato decise che non avrebbe rinunciato alla proporzionale, ad un sistema basato sui partiti e mai avrebbe appoggiato progetti di presidenzialismo. Il 9 giugno del 1991 andò a segno il primo referendum (quello sulla preferenza unica alla Camera), dimostrando come i cittadini non avessero voglia di aspettare le decisioni dei partiti. Il 1992 segnò il definitivo distacco tra classe politica ed elettorato quando cominciò l’azione dei magistrati, che scoperchiarono una situazione francamente indecente: basti pensare che il nostro debito pubblico era quadruplicato in 16 anni, passando dal 30% nel 1973 (quando fu introdotta la legge sul finanziamento pubblico ai partiti) al 120% nel 1989. il cambiamento politico di quegli anni fu determinato da tre fattori: l’uso sistematico dei referendum su questioni che i partiti non avevano più la forza di risolvere. L’emergere di forze politiche nuove, o già esistenti ma sottoposte a radicali cambiamenti (quindi il PDS e AN che cercavano di superare il loro passato, e poi la Lega e Forza Italia). Infine l’azione della magistratura. Quest’ultimo è l’elemento che più di tutti ha creato polemiche, protrattesi fino ai giorni nostri. Limitatamente ai fatti di 10 anni fa, ritengo che quelle indagini fossero necessarie. Ma che alcuni pm abbiano cercato di sfruttare la necessità della loro azione per assumere ruoli impropri al terzo potere dello stato. E credo che si sia trattato di un errore.