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“La mattanza. Dal silenzio sulla mafia al silenzio della mafia”. Uscito per Einaudi Stile Libero sul finire dell’anno appena trascorso, è l’ultima fatica di Carlo Lucarelli. Un libro e un dvd per raccontare le cose di Cosa Nostra, la trasposizione scritta e filmata di una delle puntate di Blu notte – Misteri italiani, fortunata trasmissione di Rai3. Ma torniamo alla pubblicazione. Già la veste grafica trasuda gravità. Due foto sulle copertine. La prima, sul dvd, è scattata dall’alto, forse da un elicottero o da una collina lì vicino. Era il 23 maggio 1992, lungo l’autostrada che da Punta Raisi porta a Palermo, all’altezza di Capaci. Si vedono alcune auto rovesciate, distrutte, un guard rail divelto. Quello che non si vede è l’asfalto, sommerso da terra e detriti vari. L’altra foto, sulla copertina del libro, è scattata nel capoluogo siciliano. Dall’alto di un palazzo. Si vedono auto parcheggiate, coi vetri infranti, carbonizzate. Un camion dei vigili del fuoco. Tutto sembra coperto da uno spesso velo di polvere. Siamo in via D’Amelio, il 19 luglio dello stesso anno. Così sono morti Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Due immagini simbolo della guerra allo Stato lanciata dai Corleonesi. Due punti da cui partire per raccontare la storia della mafia. E Lucarelli lo fa bene, in maniera avvincente, con quello stile che riesce a coinvolgere, scevro da qualsiasi paranoia. Come se fosse un romanzo. Ma ricordando, a ogni pagina voltata, che di romanzo non si tratta. Magari lo fosse. È realtà, sono fatti realmente accaduti. Dal sacco di Palermo al traffico di droga, dall’uccisione di magistrati e uomini delle forze dell’ordine alle bombe contro il patrimonio artistico. Terribilmente veri. Raccontando anche la storia di persone all’apparenza marginali, come Ninetta Bagarella, Francesca Morvillo e Don Pino Puglisi. E questo racconto fa pensare. Al di là della rabbia, della sfiducia, del dolore. Fa pensare quanto sia importante ricordare. Per rispetto nei confronti di chi ha perso la vita servendo lo Stato. Perchè la storia della mafia, lo si voglia o no, non è soltanto il racconto delle avventure di alcuni criminali fuori dal comune. Ma coinvolge la storia del nostro paese, fino ad arrivare in alcuni punti a spiegarla. E fa rendere conto di quanto siamo un popolo che dimentica. Purtroppo non è solo di Cosa Nostra che ci dimentichiamo. Ustica, Vajont, la stazione di Bologna, piazza Fontana. Vi dicono qualcosa? Siamo un popolo sensibile, pronto a partecipare i lutti altrui. Sappiamo soffrire di fronte alla morte, di fronte all’11 settembre, davanti alla devastazione oceanica nel sud-est asiatico. Ma troppo spesso dimentichiamo i lutti di casa nostra, perdonate il gioco di parole, i lutti inflitti da Cosa Nostra.
Ma c’è un altro motivo per cui è importante il ricordo. È importante per tenere viva l’attenzione, tenere tesi i muscoli impegnati nella lotta alla mafia. Non sbaglia Lucarelli a parlare di silenzio sulla mafia e di silenzio della mafia. Il primo aspetto è già affrontato e, per certi aspetti, superato. Libero Grassi, imprenditore, ucciso quattordici anni fa perchè aveva parlato, rompendo il muro di omertà e condannando il racket delle estorsioni. Il reato di associazione mafiosa, entrato nel nostro codice da poco più di vent’anni. Il pentitismo, a partire da Tommaso Buscetta, «l’insegnante di lingue che ti permette di andare dai Turchi senza esprimerti a gesti», come diceva Giovanni Falcone. Ora occorre fare i conti con il silenzio della mafia. Anche se le cronache degli ultimi giorni parlano di una condanna per il figlio di Totò Riina o della preparazione di un attentato nei confronti del procuratore capo di Palermo. Ma Cosa Nostra, nell’ultimo decennio ha smesso di sparare. Il che non significa che la sua storia sia finita. Perchè se la mafia tace, significa che è in salute. Ce lo insegna la storia della Cupola. E proprio per questo motivo occorre ricordare. Non bastano le assicurazioni del Ministero dell’Interno sull’impegno per combattere la criminalità organizzata. Non ce ne voglia il Viminale. Occorre che la gente abbia ben in mente questa priorità. E quindi grazie a Carlo Lucarelli, che, dal palco privilegiato che ha come scrittore e come conduttore di un programma televisivo, aiuta a ricordare. Perchè dimenticare, in questo caso, sarebbe una sconfitta che non possiamo permetterci.