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Un’esperienza straordinaria! Così potrei definire la possibilità che mi è stata data di tenere la rubrica “Emozioni in Jazz” che con questo articolo termina. Ho condiviso con voi lettori le emozioni che il jazz mi ha saputo regalare; vi ho raccontato momenti magici e storie molto spesso tristi, storie di tanti musicisti jazz che grazie alla musica hanno dato un profondo senso alla propria esistenza. Così in questo ultimo articolo della rubrica voglio raccontarvi una storia. Un breve racconto nato dalla mia fantasia, non è una storia vera e si intitola “Little Bob – Il piccolo Bob”.
“Il suo nome era Roberto. Papà Michele e mamma Rosa erano arrivati negli States da un piccolo paese del Molise, nel 1951. E nel 1952 era nato Roberto, cioè Bob …perché era un cittadino americano e tutti lo hanno sempre chiamato Bob. La famiglia di Bob era arrivata a New York City e si era sistemata in un piccolissimo alloggio - in uno di quegli edifici con le scale esterne di metallo- non lontano da Harlem, il cuore nero della Grande Mela. Già a cinque anni Bob trascorreva le giornate fuori con papà Michele che dall’Italia aveva portato con sé la sua fisarmonica; intere giornate passate a chiedere soldi ai passanti mentre Mike – papà Michele – suonava con tutta la rabbia e la speranza di chi sogna un futuro migliore, almeno per il piccolo Bob. Mamma “Rose” era riuscita a trovare un posto di lavoro nella lavanderia di un albergo di lusso che non aveva mai visto all’interno – conosceva solamente i locali in cui lavorava nel sotterraneo dell’edificio – e così Bob aveva potuto iniziare a frequentare la scuola.
Suonare la fisarmonica era l’unica cosa che Mike sapesse fare, ma la suonava così bene che aveva imparato a “fare” persino il jazz. Sembrava potesse volare quando si scatenava con quei ritmi che gli parevano così strani quando era giunto a New York! Eppure ci riusciva.
Appena finiva le lezioni a scuola, Bob raggiungeva suo papà (che di solito si metteva accanto ad un negozio dove facevano ciambelle) ed iniziava a ballare scatenato sui ritmi frenetici di Mike. Bob studiava la sera tardi, era uno studente modello, orgoglioso e forte come suo padre, non si lamentava mai e non rivelava a nessuno cosa facessero i suoi genitori; non lo faceva per vergogna, ma solo per non permettere ai figli dei colletti bianchi americani di deriderlo. Dentro di sé era molto fiero di suo padre. Era incredibile l’energia che Bob sapeva trasmettere persino ai passanti …che inevitabilmente si fermavano numerosi per assistere allo show.
Gli anni passavano e non ancora maggiorenne Bob si era trovato a trascorrere quattro anni in un carcere minorile per tentato omicidio: aveva pestato a sangue un rapinatore che aveva cercato di portare via i soldi del padre alla fine di una caldissima giornata di luglio. Era diventato ormai un uomo Bob, dopo la detenzione. Era stato costretto a diventare un uomo per non soccombere …in un postaccio come quello. Nonostante tutto in carcere aveva seguito un programma di rieducazione e nei momenti non impegnati con lo studio ascoltava il jazz che trasmettevano alla radio …e quasi gli sembrava di poter vedere suo padre - che continuava a “volare” con la fisarmonica - accanto al negozio di ciambelle.
Il giorno della sua liberazione, all’uscita dal carcere, non c’era nessuno che conoscesse ad aspettarlo …però c’era il mondo intero che lo attendeva a braccia aperte. Stava assaporando la libertà come un gabbiano che vola sull’Oceano. Non si era mai sentito così prima di allora. Camminando verso la fermata dell’autobus – senza un centesimo in tasca – Bob pensava solo a ciò che avrebbe potuto fare in quel momento: camminare. Aveva superato la fermata ed aveva camminato per circa dieci chilometri prima di incontrare un uomo sulla sessantina – nero e molto grasso – dall’aspetto rude con una camicia bianca e delle bretelle nere, che con un fare molto pacato gli aveva detto fissando il suo sguardo negli occhi di Bob: “Figliolo non sprecare le tue energie”. Quello era stato per Bob un momento magico!
Oggi Bob ha cinquantadue anni e vive a Miami in Florida. Ha una casetta che si affaccia sull’Oceano da dove ogni mattina all’alba può ammirare i gabbiani che volano liberi sulla costa. Non si è mai sposato e convive con una donna che ama da oltre vent’anni. Ha due splendide figlie e conserva ancora tutti i suoi dischi jazz. Lavora per l’ufficio immigrazione del governo e quando può va a trovare papà Michele e mamma Rosa, che hanno una casa nel New Jersey dove il vecchio “Mike” ancora suona del buon jazz in compagnia dei suoi amici più cari.”
Questa è la storia del piccolo Bob. Un racconto a lieto fine, un buon augurio …non saprei come definirlo e né chiedo a voi lettori di farlo. Ho solo voluto raccontare una storia fantastica dopo quelle vere dei personaggi del jazz sino ad ora narrate, sperando di aver comunicato ancora tante emozioni. A presto con tanti altri articoli! E soprattutto …Grazie a tutti!