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E la Costituzione
fu! Nel bel mezzo di una “crisi di governo” continentale,
risolta, forse, con il ritiro di Rocco Bottiglione, i 25 d’Europa
hanno firmato il Trattato, che sostituisce tutti i precedenti e sarà
il riferimento unico per le istituzioni targate UE. Addirittura la
cerimonia, inevitabilmente retorica e altisonante, ha visto anche
un momento sinceramente toccante: al termine della processione delle
firme, l’Inno alla Gioia è suonato, quasi sorprendendo
i delegati, che sono scattati in piedi con qualche secondo di ritardo
rispetto a quella bellissima musica.
Giustamente i commentatori, anche quelli più euro-entusiasti,
hanno mantenuto toni bassi negli editoriali del “day-after”:
questo trattato è forse il miglior risultato l’integrazione
europea potesse ottenere, ma non coviamo illusioni, perché,
a livello pratico, per l’UE cambia poco.
L’Unione ha, tra i tanti, due problemi che generalmente sono
considerati i suoi veri limiti: una distanza troppo grande tra i cittadini
e le istituzioni, e l’incapacità di impostare una politica
estera comune. Già il mese scorso ho sottolineato come, alla
vigilia della firma di Roma, si fosse aperta una grave crepa tra Italia
e Germania circa l’eventuale riforma del Consiglio di sicurezza
ONU; questo mese, i capi dei due governi si sono incontrati ma sono
stati costretti a evitare l’argomento, consapevoli delle incolmabili
distanze. Si tratta solo dell’ultimo caso di spaccature tra
i membri UE su questioni cruciali della politica internazionale. Il
nuovo trattato costituzionale crea la figura del ministro degli esteri:
ma è facile prevedere che i suoi compiti non andranno molte
oltre la rappresentanza.
Come superare questi due gravi limiti: è dunque questa la grande
sfida europea del futuro? Si tratta solo di dare significato alla
figura del ministro degli esteri, oppure di rendere più avvincenti
le vicende di Bruxelles agli occhi di un siciliano o di un lappone?
Credo che il problema reale sia più profondo e nascosto. L’integrazione
europea prende avvio negli anni ’50, quando il continente non
ha ancora freschi i ricordi di due conflitti mondiali nati e per buona
parte combattuti sullo stesso suolo europeo. L’integrazione
nasce con il chiaro scopo di “eliminare” la guerra intestina:
dopo secoli ricchi di decine di conflitti, gli stati europei vogliono
eliminare la guerra e donarsi una lunga prospettiva di pace. È
uno scopo che, nelle coscienze delle attuali generazioni europee,
è stato pienamente compiuto. E poi? È stato raggiunto
un obiettivo storicamente grandioso, ma pur sempre limitato: oltre
alla pace e al benessere, gli Europei hanno un’idea di sé
come popolo? Hanno una prospettiva, una speranza o un’illusione
di un proprio ruolo nel mondo e nella storia? Se non hanno un ideale
del proprio futuro, percepiscono almeno il proprio passato (e la grandiosità
storica di ciò che è stato ottenuto)? Direi di no, visti
i mercanteggiamenti di bassa bottega politica che si sono svolti circa
le “radici storiche” da menzionare o meno nel preambolo
del testo: questa si, quella è sconveniente… Temo che
molti giudichino questa serie di domande idealista e quindi ingenua.
Gli Europei, si dirà, sono troppo colti, raffinati e secolarizzati:
certe questioni vanno lasciate ai buzzurri Americani. I buzzurri e
provinciali cugini d’oltre Atlantico sono imbibiti di ideali
sul valore storico della nascita del loro paese, primo esempio di
moderna democrazia nata da una guerra di popolo, il loro 4 luglio,
la loro Filadelfia, le loro guerre ai dittatori e la loro società
che da WASP diventa multi etnica. Su questi ideali, sull’idea
del proprio ruolo nella storia, i buzzurri hanno costruito il loro
presente che, bello o brutto, è comunque grandioso. I raffinati
stanno invece costruendo l’aridità della propria coscienza
laica e civile. Tanti auguri Europa, sei in ottime mani!