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Opera
in Italia, dal dopoguerra, un istituto che si occupa degli studi sulla
Resistenza, l’Insmli (istituto nazionale per la storia del movimento
di liberazione dell’Italia) di cui è presidente il Capo
dello Stato e che ha trai suoi membri alcuni rappresentanti del governo.
L’influenza di questo istituto si estende inoltre alla storiografia
di tutto il XX secolo e, dal 1996, oltre che organizzare convegni
sulla storia del ‘900, si occupa di formare i docenti di storia.
Nel 2002, dopo vari interventi che hanno ampliato nel tempo la rilevanza
di questo istituto nelle scuole italiane, viene varato un “protocollo
d’intesa” che delega all’Insmli la formazione del
personale scolastico, il monitoraggio della ricerca, la selezione
dei contenuti disciplinari e la produzione di materiale per l’aggiornamento
dei docenti.
Esistono due motivi per cui l’intervento di un istituto del
genere non è opportuno in uno stato democratico europeo: il
primo è certamente il rischio di trasformare una delle interpretazioni
di un fatto storico in dogma. Dalla sua esistenza l’Insmli ha
mantenuto un’impostazione per la quale le frange di resistenti
cattoliche e monarchiche (per fare solo un esempio) sono sempre rimaste
danneggiate dal ruolo ingigantito che invece ebbe il movimento comunista.
Questa interpretazione, giustificata in un momento così delicato
come la creazione delle fondamenta del nostro Stato, non è
mai stata pubblicamente smentita, modificata o quanto meno discussa
da nessuno storiografo. L’esistenza di un istituto che porta
avanti, immobile, una idea, un giudizio, preclude lo sviluppo di nuove
idee, e nuove interpretazioni, preclude addirittura la discussione
su tali fatti. Prescindendo dal caso italiano e soprattutto da un
periodo storico che ancora è troppo caldo per poter essere
maneggiato senza presine, fare in modo che il mondo scientifico si
fermi su una idea e da lì non si smuova è deleterio
per lo sviluppo della conoscenza.
In ogni caso è assolutamente necessario che l’istruzione
trasmetta delle interpretazioni non obsolete, fondate e universalmente
riconosciute, e, del resto, la scelta dei programmi didattici non
può che ricadere sullo Stato. Ma per determinare la dottrina
fondata, riconosciuta e non obsoleta da impartire alle nuove generazioni,
chi dobbiamo consultare? A questo proposito, un istituto come l’Insmli
ha un secondo limite: trasmette alle scuole una sola ipotesi di interpretazione
ed è chiuso ad interventi internazionali. La Storia, come la
Fisica, la Matematica, la Letteratura e tutte le discipline che l’uomo
conosce sono interpretabili, soggette ad essere analizzate secondo
diverse prospettive. Per questo motivo esiste un mondo scientifico
internazionale e mondiale, che attraverso la pubblicazione delle idee
di ogni studioso che abbia una ipotesi, fondata e degna di attenzione,
in modo autonomo e il più possibile indipendente da influenze
politiche, aggiunge tasselli al nostro modo di conoscere il mondo.
Come mai questo metodo di ricerca, con i suoi difetti e limiti, è
possibile per le scienze naturali e matematiche, ma è ancora
lontano da essere utilizzato anche per la Storia o, meglio, per alcuni
argomenti e periodi storici?
Questa rigidità si riscontra soprattutto nei programmi didattici:
come dicevo, è necessario scegliere l’ipotesi più
accreditata e fondata, ma sarebbe giusto trasmettere agli studenti
anche il dibattito scientifico e internazionale, almeno per quella
rosa di ipotesi che meglio descrivono il fermento che esiste per ogni
fatto storico, ogni problema matematico e ogni scoperta scientifica:
un fermento che noi studenti non riusciamo neanche ad immaginare.
Abbiamo imparato che ogni idea e prospettiva con cui guardiamo il
mondo cambia, pensiamo alle grandi scoperte scientifiche che hanno
distrutto i più antichi sistemi di nozioni e conoscenze, come
il sistema eliocentrico, o la relatività: tutto è interpretazione
e tutto si muove, si evolve, non possiamo più aggrapparci alle
idee immobili per cercare la verità, ma dobbiamo ricorrere
al dibattito, allo scambio e l’incontro dei più diversi
punti di vista.