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Di questi tempi, con grande scompiglio, si è ripresentato in Francia un conflitto che la tormenta da decenni: l’affaire du foulard. Il velo islamico (hijab) nelle scuole è frutto di accese discussioni sin dal 1989, quando le prime ragazze di fede mussulmana vennero espulse alla scuola che frequentavano per essersi rifiutate di togliersi il foulard. Lo stesso episodio si ripresentò simile in molte altre scuole fino a che, dopo diversi pareri e consulti, si è approdati alla legge che è dolorosamente in discussione in questi giorni: ora non è più in gioco solo la pacifica integrazione culturale di un gruppo di minoranza, che in Francia ha raggiunto dimensioni enormi, ma anche la vita di due persone.
È probabile che oggi l’Assemblea Nazionale francese abbia avuto un motivo in più per autorizzare la legge e renderla esecutiva: non cedere ai ricatti dei sequestratori è fondamentale se si vuole fermare questa sanguinosa sequenza che è in atto da troppo tempo. Eppure questa scelta è comunque un danno e un ostacolo al difficile percorso di integrazione culturale che l’Europa intera deve seguire, se vuole gestire pacificamente gli innumerevoli contrasti tra maggioranze e minoranze etniche.


Esempio di protesta contro la legge

Il caso del velo islamico è un perfetto esempio del conflitto identitario tra culture diverse, che hanno una posizione di potere asimmetrica in una democrazia multiculturale. Il modello più accreditato di tolleranza e multiculturalismo è quello per cui le differenze devono essere dimenticate quando si agisce entro la sfera pubblica. La tolleranza diventa quindi una rinuncia da parte dei consociati alla propria identità. È su questa opinione che si fonda la proibizione del velo islamico nelle scuole: le ragazze islamiche devono essere solo ragazze, e non più islamiche, nella loro vita pubblica, come del resto anche quelle cristiane. Nella discussa legge francese si parla infatti di simboli ostentati e provocatori (come lo hijab) e simboli più discreti e meglio tollerabili, invisibili (come una piccola croce o la kippah ebraica).
Questa tesi però presenta almeno due mancanze difficilmente superabili: la prima riguarda la difficoltà a definire la sfera pubblica. Cosa è all’interno della sfera pubblica e cosa ne resta fuori? Forse possiamo dire che rientra nella sfera pubblica il programma scolastico, e quindi le ragazze avrebbero violato la sfera pubblica se avessero preteso di studiare il Corano o la religione islamica nella loro scuola, ma portare lo hijab a scuola, o in luoghi pubblici, basta per violare la sfera pubblica?
È da evidenziare poi che il velo per una donna di fede mussulmana non rappresenta un accessorio, seppur ricco di significati simbolici, ma riguarda l’identità del credente e la sua integrità morale: supera in certi aspetti il significato religioso e diventa esso stesso parte dei propri valori morali, una vera e propria questione di pudore. In questo senso l’ammissione del velo islamico in una scuola laica e neutrale poteva diventare un caso di obiezione di coscienza: soluzione che avrebbe salvato la neutralità dello stato laico e l’integrità delle ragazze. Perché questa soluzione non è stata presa neanche in considerazione? E come mai non si sono sollevate obiezioni così forti alla presenza di tanti altri simboli religiosi nei luoghi pubblici? Qui si apre la seconda falla: in realtà la neutralità non è assoluta, ci sono simboli più o meno tollerabili, e quindi ci sono per assurdo “gradi di neutralità”, una discreta catenina con la croce non rappresenta la violazione della sfera pubblica, mentre il più ostentato hijab è provocatorio. La discrezione e l’ostentatezza sono termini che si riferiscono ad una normalità, e sicuramente in un paese arabo la distinzione trai due simboli assumerebbe un valore opposto (e la croce diventerebbe ostentata). La Francia è abituata alla catenina con la croce ma non lo è allo hijab e, del resto, la normalità è quella di un uomo, bianco, di fede cattolica e lingua francese: tutto quello che differisce da questo modello è ostentato, e una soluzione neutrale finisce per diventare una normalizzazione più che un annullamento delle proprie identità. Le ragazze mussulmane, se costrette a rinunciare al velo, non vengono trattate da eguali, ma sono in realtà discriminate.
Una seconda giustificazione alla legge sul velo è proposta dalla teoria del liberalismo perfezionista, che interpreta la tolleranza come il rispetto dell’autonomia altrui: ogni scelta autonoma anche se disapprovabile, è degna di tolleranza. È obiettivamente dubbio che la scelta di indossare il velo sia autonoma per almeno due motivi: per prima cosa il velo islamico è considerato il segno della subordinazione e dell’invisibilità femminile. Indossare il velo secondo questa interpretazione è paragonabile a rinunciare alla propria libertà, quindi, anche se si trattasse di una scelta autonoma questa metterebbe in questione la futura libertà della donna di autodeterminarsi. Inoltre le ragazze protagoniste della vicenda erano ragionevolmente troppo giovani perché la loro presa di posizione religiosa, così forte, fosse autonoma: come spesso accade anche per altre religioni, è plausibile che lo hijab sia frutto di pressioni familiari. Secondo la teoria del liberalismo perfezionista queste due condizioni sono sufficienti a giustificare un intervento paternalistico dello stato a tutela della parte debole.
Questa posizione presuppone che lo stato abbia titolo a giudicare, e quindi anche ad interferire con, ad esempio, i codici di vestiario, secondo una sua concezione del bene. L’atteggiamento paternalistico dello stato è però molto problematico, e in questo caso si rivela ingiustificato perché lo stesso atteggiamento dovrebbe allora essere riservato anche ad altre imposizioni familiari, anche della cultura della maggioranza. Lo stato deve intervenire poi nei casi in cui è indiscutibile un danno al soggetto che subisce un certo tipo di educazione familiare, ma questo è un caso controverso: non è detto in modo certo e assoluto che una educazione cattolica, imposta, sia meno dannosa di una educazione islamica.
L’intervento paternalistico sarebbe poi inappropriato poiché l’autonomia e la liberazione non possono essere forzate, non solo per ragioni di principio, ma anche e soprattutto perché è assolutamente inefficace: l’autonomia indica un atteggiamento attivo ed è per questo che non può essere imposta, al contrario di quanto non sia per la subordinazione.
Per finire, in questo caso l’azione paternalistica dello stato è eccessiva poiché allarga enormemente l’interferenza statale nella vita delle persone, infatti il codice vestiario, ma la stessa scelta religiosa o lo stile di vita, sono senza dubbio caratteri dell’individuo che non rientrano nella sfera pubblica, e quindi sono ambiti in cui uno stato liberale non può interferire per definizione. Un intervento di questo genere sarebbe molto più ampio di quanto sia accettabile in una società liberale.
L’ultimo argomento a favore della legge sul velo islamico è quello che si rifà al diritto di autodifesa delle istituzioni liberali contro l’invasione di identità illiberali: quello che Loke riassumeva nella non tollerabilita delle posizioni intolleranti. Si aggiunge poi, a rinforzare il bando dell’islamismo, la minaccia del fondamentalismo e degli avvenimenti che oggi ci sconvolgono. Ma quando siamo in presenza di una minaccia all’ordine liberale? L’applicazione del principio di autodifesa è particolarmente controversa: spesso si vuole ricomprendere, tra le ipotesi di minaccia fisica, anche l’attacco ai valori e all’integrità etica della società. Sebbene tra le due minacce la distanza sia minima, una democrazia liberale non può comportarsi con la stessa fermezza, sia davanti ad un gruppo di fanatici, pronti al terrorismo, sia davanti ad un gruppo che sostiene idee rivoluzionarie e anti-istituzionali, ma che rimane attivo solo nella propaganda. Nel caso specifico poi in Francia, anche nei periodi di maggiore crisi domestica, tra gli anni ’70 e ’80, non sono mai state vietate associazioni e pubblicazioni rivoluzionarie, e le leggi anti-terrorismo furono comunque fortemente criticate dai liberali. È quindi molto difficile definire con tranquillità e certezza quali siano i casi che meritano fermezza e intransigenza, in ogni caso non è utile, liberale e democratico un processo alle intenzioni e tantomeno alle idee.
Il principio di eguaglianza e pari dignità è quello su cui invece si deve sostenere l’accettabilità del velo islamico nella sfera pubblica. Come si diceva prima però, questo principio non può essere interpretato restrittivamente e giustificare solo trattamenti esattamente uguali, ma deve essere aperto ad almeno altre due interpretazioni: l’uguaglianza può richiedere trattamenti equivalenti, ovvero diversi, ma che sono ugualmente sensibili alle differenze (un esempio sono i congedi di maternità, ma qui si inserisce anche il caso del velo islamico), e trattamenti preferenziali, per compensare situazioni di passata discriminazione e esclusione. Lasciare che le ragazze islamiche portino il velo significa riservare loro lo stesso trattamento cui hanno diritto le altre studentesse, al contrario, vietare il velo significherebbe imporre loro di rinunciare alla propria identità, solo perché non è conforme a quella maggioritaria. Inoltre l’accettazione del velo ha un secondo e fondamentale significato: è il riconoscimento pubblico dell’identità di quella minoranza. Senza che un gruppo venga riconosciuto pubblicamente, con tutte le sue caratteristiche, questo rimarrà sempre una collettività da tollerare, ma non diventerà mai parte attiva e integrante della società civile. La tolleranza può tramutarsi in semplice condiscendenza: questo, sebbene sia meglio di una esclusione, non può portare all’integrazione e lascerà la minoranza in un limbo di non appartenenza, mentre la maggioranza continuerà a sentirsene minacciata. Se la tolleranza viene percepita come un semplice atteggiamento accondiscendente o come un premio per la minoranza, può portare a frammentazione e ostilità. La soluzione sta nella reciprocità degli obblighi e delle responsabilità: le ragazze devono accettare, come cittadini, le istituzioni francesi, e i francesi devono accettare come cittadine le ragazze, con il loro velo e le loro idee. Inoltre diventa necessario inserire la tolleranza in una strategia di inclusione, per evitare che diventi una imposizione: questa strategia deve tendere alla responsabilizzazione delle minoranze, che devono accettare lealmente le istituzioni democratiche, e alla rinuncia a quell’atteggiamento indulgente da parte della maggioranza, che deve guardare ai gruppi minoritari come a membri attivi della società.