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Il tempo della natura, i tempi della storia e quelli della poesia, il tempo dell’animo: variazioni sul mistero del tempo.
Tra i
tanti labirinti in cui l’uomo, ancora, si imbatte con la vana
presunzione di trovarne l’uscita c’è quello del
tempo: sulla ricerca di una definizione soddisfacente per questo coinquilino
silenzioso delle nostre vite, abbiamo assistito a tante e tali variazioni
sul tema in grado di ingarbugliare maggiormente, per quanto incredibile
ciò possa sembrare, la questione.
In diversi momenti e per diverse motivazioni, nel corso della storia
gli uomini sono tornati sulla domanda fondamentale: che cos’è
il tempo? Cercando di percorrere strade diverse essi sono giunti a
fornire risposte valide, frutto di dimostrazioni attendibili e difficilmente
confutabili, ma hanno anche moltiplicato i volti del tempo, creando
mille sfaccettature spesso non sovrapponibili le une sulle altre e
quasi sempre in contrasto tra di loro.
Nei secoli in cui la fisica ci illuse con l’oggettività
e l’assolutezza del tempo tutto sembrava facile: finalmente
era arrivato in un mondo fatto di variabili, varianti e dati mutevoli
un qualcosa di saldo e imperituro, un’entità in grado
di dare la misura delle cose con il suo scorrere regolare ed il suo
incedere costante. Ma, nonostante tutte le belle aspettative, quello
fu il tempo in cui la scienza ci illuse descrivendoci nostro amico
invisibile con qualità che non aveva. Poi giunse Einstain e
per molti fu come un tradimento: rassegnarsi ad accettare che anche
il tempo si dilata o si contrae in virtù del sistema di riferimento
preso, equivale a dire che ogni certezza derivante dal tempo diventa
tutt’altro che sicura. La via d’uscita dalla debacle newtoniana
fu per tanti un tuffo indietro, verso quel tempo con la “T”
maiuscola di agostiniana memoria che la fisica aveva rigettato da
secoli come escamotage religioso atto a sottrarsi da una definizione
problematica. Forse la rassegnazione a vedere il tempo come un atto
di Dio sarebbe apparsa la sola soluzione praticabile, ma le coscienze
dei tanti Ulissi assetati di sapere non furono saziate, così
altri tentarono di determinare il tempo in modo soggettivo, ricollegandolo
alla personale esperienza: una soluzione, quella di definirlo in base
al valore che ognuno di noi ne dà, che in realtà non
definisce niente poiché si basa su personali esperienze non
riproducibili e non universalizzabili. Un errore, infine, fin troppo
diffuso, è quello di confondere il tempo, inteso come quel
non-meglio-precisato-qualcosa che se esiste lo fa a prescindere dall’uomo
e dalle sue vicende, con le vicende che all’interno del tempo
si svolgono: si tratta di uno slittamento tra contenitore e contenuti
nel quale tanti storici credono di trovare la soluzione a molti problemi,
non accorgendosi in realtà di eludere la domanda.
Forse, se tutti costoro che hanno continuato impeterriti ad indagare
sul tempo, si fossero preoccupati un poco di più di godersi
ogni momento, accontentandosi di vederlo come un nostro strumento,
alla stregua del metro per il geometra, della livella per il muratore
o del martello per il fabbro, tutto sarebbe stato più semplice.
Non basterebbe, poi, il logico e matematico austriaco Kurt Goedel
(1906-1978), che sosteneva che “non esiste alcun sistema con
un numero finito di assiomi che sia completo anche soltanto rispetto
alle proposizioni aritmetiche e che l'affermazione di non contraddittorietà
di questi sistemi appartiene sempre alle proposizioni indicibili di
quel sistema”, per avere il supporto della ragione ed accettare
che esistono verità indimostrabili (e la vera natura del tempo
è tra queste)? E se infine non si riesce proprio a rinunciare
a scoprire cosa sia il tempo, se proprio non ci si vuole rassegnare
ad indagare questo nostro amico metasensoriale, si proceda allora
con strumenti che vanno oltre ai semplici sensi, chiedendo aiuto agli
artisti: nelle loro opere, nelle poesie in particolare, essi parlano
di due cose, ma che riescono a coincidere: il momento presente particolare
e l’infinito senza tempo.
Dopo cò che si è detto, concludendo, sembrerebbe proprio
che la sfida alla definizione del tempo sia persa, una disfatta avvenuta
prima ancora di cominciare. Non c’è da stupirsi, però,
di quest’ostinazione secolare che segue l’uomo: la sete
di sapere umana è molto strana, infatti ci si accontenta di
credere in certe verità quasi improponibili solo per un qualche
ipse dixit, ma altre volte si perdura a ricercare risposte, che non
esistono per il semplice fatto che non esistono le domande. Forse
la vera questione è proprio questa: esiste il tempo? A questo
punto la mia domanda suona fin troppo tendenziosa: dopo aver sconfessato
tutte le credenze sulla sua esistenza parrebbe oltremodo facile negare
il tempo in modo ontologico, ma per quanto si sono ricercate pietre
filosofali, elitropie, chimere o anime prima di capire che non erano
altro che illusioni?