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All’inizio
del Convivio Dante, parlando della cultura e del sapere, si rivolge
ai suoi lettori con queste parole: “pochi rimangono quelli che
all'abito da tutti desiderato possano pervenire, e innumerabili quasi
sono li 'mpediti che di questo cibo sempre vivono affamati. Oh beati
quelli pochi che seggiono a quella mensa dove lo pane delli angeli
si manuca! e miseri quelli che colle pecore hanno comune cibo!”.
Ovviamente quello che intende come lo pane delli angeli è il
sapere e le persone che se ne possono cibare sono gli intellettuali,
mentre coloro che dividono il cibo colle pecore sono coloro che, per
una serie diversa di motivi, non possono avvicinarsi alla conoscenza.
Dante era ben conscio della diastratia culturale che nel medioevo
rescindeva in una torre d’avorio i pochi conoscitori del latino
(e i pochissimi che intendevano il greco), unici coltivatori della
scienza e del sapere, dalla massa di uomini troppo poveri per frequentare
le scuole ecclesiastiche (le uniche esistenti), adeguandosi e proponendo
un progetto innovativo e sovversivo. Scrivendo il Convivio in volgare
egli voleva redigere una summa del sapere da destinare a tutti, mostrando
uno spirito umanitario invidiabile in un tempo come il nostro, in
cui gli intellettuali brillano troppo spesso per narcisismo e ci si
è soliti rinchiudere oltremodo facilmente in caste culturali.
Dante, un uomo dalla cultura vastissima, di grandi ambizioni e di
forte capacità comunicativa, non rifiutò il dialogo
con gli altri letterati (per il quale si avvalse del latino) ma si
concentrò soprattutto su una produzione che potesse arricchire
le conoscenze dei meno colti: a tal fine non volle tradurre la Commedia
in latino (cosa gli fu chiesta per la sua incoronazione ufficiale
a poeta), a tal fine si accinse a comporre il Convivio. La cultura
non era vista come una prerogativa dei dotti ma come una squisita
prelibatezza a cui, purtroppo, molte persone non potevano accedere,
ed egli si adoperò proprio per renderla accessibile a tutti:
Dante fu spronato nei suoi sforzi dalla convinzione che ogni persona
sia degna di acculturarsi e che sia sbagliato chiudere gli accessi
al sapere.
Lodabile Dante, ma noi? Noi che viviamo in una società cosmopolita,
noi che viviamo in una società multimediale che virtualmente
rende la cultura accessibile a tutti, noi che diamo tanta importanza
al sapere, quanto siamo disposti ad allargare la cerchia delle persone
degne di entrare nella torre d’avorio della cultura? Noi che
intendiamo con cultura quel complesso di cognizioni, tradizioni, procedimenti
tecnici e usi comportamentali che ci caratterizzano, quanto siamo
disposti ad allargare i nostri confini? Il fattore che ci differenzia
principalmente da Dante è ciò che caratterizza la ristrettezza
all’accesso nel mondo della cultura: nel medioevo il problema
principale era la scarsa conoscenza dell’alfabetismo latino,
oggi è un’egocentrica autoclausura del sapere su se stesso.
Da sempre il mezzo per la più facile e più capillare
diffusione della cultura è il supporto cartaceo, il libro,
ma coloro che stampano i libri, nella maggior parte dei casi, sono
più interessati al tornaconto economico e alla sicurezza di
una vasta tiratura piuttosto che alla pubblicazione di opere elevate
sotto il piano letterario e umano (solo per citare alcuni esempi:
La coscienza di Zeno sarebbe rimasta inedita senza il vivo interessamento
di Joyce e il Canzoniere di Leopardi non sarebbe giunto fino a noi
se non fosse stato stampato in proprio dall’amico Ranieri).
Non voglio ridurre la cultura alla letteratura, so che essa ne è
solo una piccola parte, ma parlare di quella che tra le arti è
più legata all’intima passione, alla più viscerale
essenza dell’uomo, rende la comprensione della questione più
immediata e semplice. Se poi dovessimo scendere ancora nel particolare
della letteratura, concentrandoci sulla poesia, mi limito a citare
Montale: oggi si cerca il “poeta laureato”. Ma laureato
in cosa? È questo il nodo centrale, il punto a cui volevo giungere:
oggi si pubblicano (e di conseguenza si conoscono) solo le opere di
scrittori affermati, ma per affermarsi, paradossalmente, bisogna prima
pubblicare. Potenzialmente potremmo pubblicare di tutto e potenzialmente
la cultura è accessibile a tutti, ma ciò non accade.
Ciò non accade solo con la letteratura, forse questo è
solo il settore dove si nota maggiormente il fenomeno, ma si realizza
in tutto il panorama culturale in modo indistinto ed uniforme. Oggi
siamo invasi dalla cultura, ma solo da certe sue parti quando invece
ogni voce, anche la più miserabile, dovrebbe aver diritto ad
un pulpito dal quale gridare, o sussurrare, le sue angosce e le sue
felicità.