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Nei primissimi giorni dell’anno ho avuto modo di visitare una mostra itinerante d’arte contemporanea, allestita a Palazzo Strozzi di Firenze, intitolata Donna, donne. Uno sguardo sul femminile nell’arte contemporanea, nella quale, gli artisti partecipanti hanno sviluppato le tematiche della percezione femminile della vita e della creatività, offrendo un panorama molto vasto delle differenti sfaccettature dell’identità femminile.
Tra le tante e belle opere esposte, una in particolare ha catturato la mia attenzione, per la singolarità della rappresentazione e l’alto grado di astrazione concettuale raggiunto: l’opera in questione era una scultura composta da una lunga distesa di tavolette di sapone di Marsiglia (200 × 500 cm) su ognuna delle quali era incisa una parola; la sequenza che correva lungo ogni fila di saponette era la seguente: SUDORE – SOLE – SALIVA – SOLE – SPERMA – SOLE – LACRIME – SOLE. Tale scultura, del 2001, appartiene ad una giovane artista italiana, Elisabetta Di Maggio, ed è intitolata, laconicamente, Stupro.
La sera stessa della visita alla mostra i telegiornali diffondevano la notizia della morte di Donatella Colasanti - la donna sopravvissuta al massacro del Circeo -, avvenuta lo scorso 30 dicembre, in un ospedale romano, a seguito del fulmineo aggravamento della forma tumorale della quale, da tempo, soffriva.
Rievocando la scultura di sapone di Marsiglia veduta nel pomeriggio, ho pensato alla moderna ossessione per l’apparenza, al culto estremo della bellezza e della perfezione estetica, all’idea che tutto ciò che risulta essere scomodo o intollerabile alla vista debba essere lavato e ripulito, per tornare, esteriormente, a risplendere, poiché soltanto ciò che si vede conta.
Donatella Colasanti reputava tutto ciò un inganno meschino: lei che aveva vissuto 36 ore all’inferno, riuscendo miracolosamente a salvarsi, sapeva di non potersi lasciare alle spalle l’orribile vicenda che l’aveva tragicamente segnata. Se, infatti, il tempo era servito ad eliminare completamente le tracce materiali delle violenze subite, lo stesso non era accaduto con la ferita inferta all’anima. Quella ancora bruciava di rabbia e di dolore, un dolore profondo che niente aveva potuto cancellare, non gli anni trascorsi, non la condanna del crimine subito, raggiunta - almeno formalmente - nelle aule dei tribunali.
Contro gli spettri del passato Donatella Colasanti combatteva ogni giorno, con estrema dignità e straordinario coraggio, da quando quel lontano settembre 1975, una furia crudele le aveva portato via, in un soffio, l’amica, Rosaria Lopez, insieme all’innocenza e alla spensieratezza dell’adolescenza.
La Colasanti si era fatta portatrice di un’istanza di giustizia che, purtroppo, non aveva mai pienamente ottenuto, urlando contro le impunità e i soprusi, fino a quando, nel silenzio di una stanza d’ospedale, non è giunta la morte a donarle l’estremo riposo. Le sue ultime parole, riferite dal legale Mauro Cimino, sono state: “Avvocato, battiamoci per la verità”.
Il direttore del penitenziario di Velletri, dove è rinchiuso Angelo Izzo - uno dei suoi aguzzini -, ha raccontato la reazione del detenuto: “Mi dispiace, è una donna che ha subito molta violenza”. La frase pronunciata da Izzo, in sé, non è che un commento asciutto che non lascia trasparire né un pentimento sincero, né un dolore autentico; in essa, tuttavia, è racchiusa la consapevolezza che Donatella Colasanti abbia dovuto sopportare crudeltà e tormenti enormi, anche dopo essere scampata alle atrocità subite nella villa del Circeo.
Dal giorno in cui venne ritrovata, accanto al corpo ormai privo di vita di Rosaria Lopez, nel bagagliaio di una Fiat 127, livida ed insanguinata ma ancora viva, la Colasanti decise di consacrare la propria esistenza alla ricerca della verità e già durante il trasporto in ospedale, col volto tumefatto e gli occhi scioccati di chi ha conosciuto l’orrore, fece i primi nomi: Angelo Izzo e Gianni Guido vennero arrestati la notte stessa, Andrea Ghira, prontamente informato, fece sparire le proprie tracce, divenendo uno dei latitanti più gettonati dopo Bernardo Provenzano.
Il processo di primo grado si svolse a Latina nel 1976. Il racconto delle 36 ore  di terrore, effettuato in aula dalla stessa Colasanti, fu agghiacciante: le due ragazze erano state costrette a subire violenze inenarrabili; i tre rampolli dell’alta borghesia romana avevano picchiato, violentato e annegato Rosaria Lopez, una studentessa di 19 anni, riducendo in fin di vita l’amica Donatella, all’epoca appena diciassettenne, che riuscì a salvarsi solo facendosi credere morta dai massacratori.
Grazie a tale testimonianza, Izzo, Guido e Ghira vennero riconosciuti colpevoli di omicidio pluriaggravato e condannati all’ergastolo.
Mentre Ghira non scontò nemmeno un giorno di carcere, già nel 1977 Izzo e Guido tentarono di fuggire dal penitenziario di Latina, prendendo in ostaggio un agente di custodia, ma il tentativo fallì. Nel 1981, Guido si rese protagonista di una rocambolesca evasione dal carcere di San Gimignano, riparando a Buenos Aires. Venne definitivamente arrestato soltanto tredici anni più tardi, nel 1994, a Panama, dove nel frattempo si era rifatto una vita.
Nell’agosto del 1994 anche Izzo evase dal carcere di Alessandria, per venire catturato venti giorni più tardi, in Francia.
Nel corso del 2005 il capitolo oscuro del Circeo si riapre nuovamente. Izzo, uscito dal carcere con un permesso premio, uccide due donne, in circostanze ancora poco chiare: il 30 aprile scorso i corpi di Maria Carmela Limucciano e Valentina Maiorano, rispettivamente madre e figlia, vengono trovati parzialmente sepolti nel giardino di una villa nella provincia di Campobasso.
Il 29 ottobre scorso, poi, gli investigatori della polizia danno la svolta conclusiva alle indagini su Andrea Ghira, scoprendo che il caporalmaggiore Massimo Testa (falsa identità di Ghira) è morto per overdose undici anni prima, nell’enclave spagnola di Melilla, in Marocco. Quindici giorni più tardi il test del DNA dà la conferma definitiva: i resti di Testa appartengono proprio ad Andrea Ghira. Nemmeno di fronte a tale risultato la Colasanti mostra di arrendersi, convinta che il suo aguzzino, in realtà, sia ancora in vita.
In ogni caso, Andrea Ghira è giuridicamente morto, scegliendo il modo, il luogo e il tempo, protetto fin dentro la tomba. Dopo quest’ultima vicenda, con ogni probabilità verrà definitivamente archiviata una delle pagine più nere e più gravi di violenza nei confronti di donne, e cadranno nell’oblio le grottesche impunità, le collusioni e le complicità mai accertate.
La morte di Donatella Colasanti lascia negli animi di quanti hanno ancora fede nella giustizia molta amarezza, ed un senso profondo di sconforto: lo Stato non ha saputo colpire i colpevoli come avrebbe dovuto, dimostrandosi incapace di garantire la certezza della pena e l’equità sostanziale fra tutti i cittadini formalmente professata.

Donatella Colasanti sopravvisse alla brutalità dei suoi aguzzini per essersi finta morta, oggi solo nella morte ha potuto trovare riparo dai mostri che l’hanno perseguitata lungo un incubo durato trent’anni. Mi auguro che almeno ora possa trovare quella serenità e quella pace che la vita e la crudeltà umana le hanno portato via troppo presto.
Sara Rizzon