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“Come il ritratto di una pena, un volto senza cuore” con questa frase shakespeariana Dorian Gray si era riferito al suo tanto odiato ritratto. Il trapianto di viso avvenuto questo mese ad Amiens nel nord della Francia, dopo che una donna era rimasta in parte sfigurata dai morsi di un cane, apre ad importanti interrogativi sulle nuove frontiere della medicina. Sembra oramai che a cambiar faccia ed identità ci voglia sempre meno, e la letteratura o il cinema non mancano di testimonianze di uomini che non hanno mai smesso di sognare di rompere i limiti che il corpo impone, in tutti i sensi, compreso quello dell’estetica.
Il trapianto di cui tanto si parla, seppure non sia avvenuto per voglie di rinnovamento da parte della donna francese di 38 anni, ha già aperto a sviluppi della chirurgia plastica, mentre importanti equipe di medici inglesi stanno già cercando il paziente perfetto per la prossima operazione. L’identificazione del paziente avviene su basi fisiche (ovvero il paziente deve essere sfigurato e presentare gravi danni alla pelle e ai muscoli facciali) nonché su basi psicologiche: il trapianto infatti, sebbene non permetta di riconoscere il donante nel viso del ricevente, stravolge completamente le fattezze di chi lo subisce. La donna francese si è infatti ritrovata in pochi giorni con un viso sano, ma diverso, almeno per la parte che riguarda il naso la bocca e il mento.
Non stupisce che per cambiare volto ci voglia un’importante equilibrio psicologico e che la ricerca del paziente perfetto sia ardua: il caso francese costringe a riflettere su cosa voglia dire cambiare faccia, si può cambiare faccia e rimanere sé stessi? È questa la domanda che Aldo Grasso si fa in un interessante articolo apparso il 15 Dicembre sul Corriere della Sera Magazine. Non ci toccherà mica rispolverare l’antico mito greco del bel Narciso il cui dramma fu quello, non di essersi innamorato di sé, ma di non riuscire più a riconoscere la sua faccia?
Di nuovo la Francia ha tentato di risolvere questi interrogativi “dall’alto” istituendo una Commissione Etica per decidere se l’operazione alla donna sfigurata fosse o meno opportuna. Vi stupirà ma anche l’inghilterra si è fornita di una commissione etica ad hoc: ovviamente l’operazione è stata fatta comunque, che sia una scelta etica o meno si può discutere, ma non è certo un collegio etico nazionale il luogo adatto…
Eppure questo è un caso che non ci lascia indifferenti: nella letteratura, nell’arte figurativa, nel cinema, l’uomo senza volto o il camaleonte è una ricorrenza inquietante, e tutte queste storie (Zelig di Woody Allen, Narciso, il Dorian Gray, gli enigmatici volti del surrealismo di De Chirico o Magritte) in qualche modo ci scuotono, e rivelano che non possiamo affrontare una metamorfosi senza perdere qualcosa, senza perdere l’equilibrio. È necessario che un individuo rifletta su questo prima di scegliere un’altra maschera, e che rifletta sul fatto che la parola “maschera” in latino si traduce in “persona”: la maschera di scena teatrale, dove l’aspetto è espressione dell’anima e dei sentimenti.
Un’altra cosa su cui c’è da riflettere è: che succederà nei rapporti con gli altri dopo un trapianto di faccia? Pensiamo ai familiari o gli amanti: come si reagisce di fronte ad un viso diverso? Shakespeare (sembra doverlo citare ovunque) faceva dire a Elena nel Sogno di una notte di mezza estate che l’amore guarda con l’anima, e non con gli occhi. Eppure lo sappiamo bene che non può essere così facile superare le barriere della vista, uno dei sensi che soprattutto di questi tempi usiamo di più. Boncinelli ci rincuora sostenendo che, proprio perché il viso è espressione dell’anima, esso riacquisterà le tradizionali e antiche espressioni che nel caso francese caratterizzavano la 38enne donna di Amiens.

Del resto poi la medicina ha fatto dei progressi che hanno risolto brillantemente annosi problemi cui andiamo bene o male tutti incontro: ha allungato la vita e, con i trapianti di organi, spesso l’ha resa possibile. Il difetto del progresso scientifico è però di essere improvviso, almeno per il grande pubblico: veniamo a sapere delle più estreme imprese scientifiche sempre quando si stanno per compiere e lo shock emotivo è inevitabile, ma non possiamo progredire se guidati da istituzioni moraliste che infondono la paura del rischio. I rischi vanno presi in considerazione, vagliati e scelti, c’è un importante obbligo di informare che hanno le innumerevoli commissioni etiche (di cui le nostre nazioni sembrano essere infette), ma quest’obbligo non deve essere confuso col potere di scegliere o proibire in base a qualche concezione etica presa per assoluta.

Laura Lo Coco