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Nell'ultimo ventennio dell'Ottocento si assiste, in letteratura ed in arte, ad una trasformazione ed ad un cambiamento degli interessi e dei ruoli dell'artista. Le cause di queste trasformazioni sono rintracciabili nella crisi che investì, qualche anno prima, la matematica e le scienze, portando a mettere in crisi quella fiducia che per anni era stata riversata nella filosofia positivistica e nella ricerca. Tralasciando di inoltrarsi ulteriormente nella questione scientifica, poiché essa ci condurrebbe troppo lontano, diciamo solo che se alla fine dell’Ottocento anche uno scrittore poteva riversare tanta fiducia nel potere della scienza da poter credere nella via tracciata dal Verismo o dal Naturalismo, già nei primi decenni del nuovo secolo ciò fu palesemente impossibile tanto che i poeti tornarono a prendere il sopravvento sui narratori (all’epoca di Verga o di Tarchetti i poeti erano drasticamente scivolati in secondo piano lasciando i narratori in auge) e la verità non fu più ricercata con il freddo ed asettico linguaggio della scienza ma con la mistica lingua dei sogni.
Ma si proceda con ordine. Si diceva che, dopo il crollo delle sicurezze matematiche i poeti cercarono nella poesia simbolista una nuova via per raggiungere la verità, quella con la “V” maiuscola, ma ciò fu un esperimento di breve durata. In realtà le certezze matematiche non crollarono definitivamente ma si relativizzarono, e ciò inizialmente fu una manna per gli scrittori che poterono allargare gli orizzonti della propria musa senza tanto preoccuparsi di andare nel terreno del non-poetabile. Fu così, con i futuristi prima e soprattutto con gli ermetici dopo che nell’oligarchica repubblica della poesia entrarono fontane (La fontana malata di Palazzeschi), soffitte, camicie, caffè (Signorina Felicita di Gozzano), disegni più o meno indecifrabili (Il palombaro di Govoni), e tutta quella serie di orizzonti domestici e dimessi che vibra nelle poesie di Vincenzo Cardarelli o di Marino Moretti.
Questa è la poesia europea che sul finire della prima metà del Novecento fu esportata oltreoceano, dove fu malamente copiata dagli “artisti” delle beat generation trasformandola in un culto dell’immediato, del quotidiano in quanto tale, del non-poetico (che è diverso da non-poetabile) messo in poesia. Ma tutti sanno come va la storia, così tra un pacchetto di sigarette e uno di cioccolato, dagli USA arrivò in Europa anche un nuovo modo di intendere l’arte e la poesia, un modo fatto di oggetti comuni che prendono una vita loro per il breve volgere dei versi ma che, a differenza della fontana di Palazzeschi o delle camicie di Gozzano, subito ritornano nel loro nulla da dove per brevi istanti erano emerse. Per essere più chiari: leggendo la Fontana malata si è presi da un moto di riso pensando a come quel poeta si stesse rovinando la carriera scrivendo di una fontana che gocciola, ma questo è solo il primo e superficiale moto dello spirito poiché il vero cuore della poesia sta oltre. È una fontana che piange o è il canto del cigno della poesia? Queste domande nascono perché la poesia è viva, seppur languente, e c’è ancora speranza, ma il ponte di Brooklin di Kerouac è solo un ammasso di acciaio e mattoni che unisce due sponte di New York poiché non c’è più alcuna speranza.
Ma speranza in cosa? Non voglio lasciare questa domanda insoluta poiché essa è così drammaticamente presente e pressante nella nostra società che merita una risposta, benché forse sia una risposta che non si vorrebbe sentire. È la speranza per il futuro! Concludiamo con un filosofo che sull’arte scrisse pensieri lungimiranti. Heidegger, nel saggio L’origine dell’opera d’arte, propose diverse definizioni dell’essenza dell’arte e della poesia: l'essenza della poesia è lo storicizzarsi della verità, l'esposizione del mondo e il porre-qui della terra, l'illuminare il non-essere-nascosto dell'ente. Senza dilungarsi troppo, se tentassimo ora di estendere questo discorso, per comodità, alle arti figurative che sono ben visualizzabili e subito comprensibili, ci accorgiamo che un quadro di Pollok o una statua di Boccioni, se storicizzano una verità, tramandano un’immagine nichilistica, una terra che ha perso i punti di riferimento e lotta per uccidere definitivamente il suo passato. Io credo che quando Palazzaschi scrisse “gli uomini non chiedono più nulla dai poeti”, c’era ancora ragione di essere poeti e di affermare la propria inutilità (dire che si è inutili è pur sempre dire qualcosa), oggi, quando nessuno arriva ad affermare tanto, non lo dice poiché già è consapevole che la sua voce poetica è destinata a perdersi.

Alessandro Di Tommaso