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Venite, adoremus. Il 2005 è stato proclamato dall’assemblea generale dell’Onu “Anno internazionale della fisica”. Perché esattamente cent’anni fa “un oscuro impiegato dell’Ufficio federale dei brevetti di Berna”, così come lo definisce Antonio Sparzani, pubblicava cinque articoli in cui rendeva nota la sua teoria della relatività. E vai di festeggiamenti.
Ora, qual era la situazione all’epoca? Il meccanicismo attraversava un periodo di difficoltà. In particolare erano due i principali problemi che affliggevano gli uomini di scienza. Intanto, le equazioni di Maxwell, che avevano inserito anche le interazioni di tipo elettromagnetico nell’alveo delle interazioni di tipo meccanico. Il problema sorgeva nel momento in cui si prendeva in considerazione l’espressione della forza in un campo magnetico, ovvero la forza di Lorentz. Senza perderci in formule, diciamo che la forza di Lorentz dipende non solo dalla carica elettrica e dal campo magnetico. Ma anche dalla velocità della carica stessa. Ebbene, in meccanica non s’era mai vista prima una forza che dipendesse da una velocità, perché questo comporta una dipendenza dal sistema di riferimento in cui ci si colloca. Una dipendenza che manda a carte quarantotto qualunque tipo di “legge generale”. Un’appunto agli empiristi: l’espressione della forza di Lorentz era ben corroborata da una serie di esperimenti.
Secondo problema: le equazione di d’Alembert. Si tratta di un’equazione che governa i fenomeni di propagazione e che consente di determinare la velocità di ciò che si propaga in base alle costanti che compaiono nella formula stessa dell’equazione. Anche in questo caso, facciamola breve. Risolvendo l’equazione di d’Alembert relativa al campo elettromagnetico, si otteneva un valore della velocità costante. Indipendentemente dal sistema di riferimento. Altro guaio per la meccanica classica.
Come uscire da questa situazione? Albert Einstein ha semplicemente rovesciato il problema. Ovvero ha deciso, postulato, stabilito che la velocità della luce sia costante. Perché è di questa velocità che si parlava poc’anzi. Un atto d’imperio insomma. Scandalo? Nient’affatto. Lo stesso Einstein ebbe modo di scrivere che “agli occhi dell’epistemologo di professione lo scienziato appare come una sorta di opportunista senza scrupoli”. Un aspetto che forse lascia inorriditi gli scientisti, i fautori dell’onestà intellettuale, coloro che credono che la scienza abbia a che vedere con la verità. Nell’ottica dell’anarchismo epistemologico, dalla quale ci poniamo, diciamo che va bene. Per il semplice motivo che, insegna Feyerabend, l’unico principio che regge è “qualsiasi cosa può andar bene”. Detto questo, festeggiamo pure. Parlare di scienza non ha mai fatto male. Parlare in generale, di qualunque cosa, non ha mai fatto male. Per inciso, e per evitare fraintendimenti: Einstein è un genio, una delle figure fondamentali del secolo scorso. Il suo essere stato un “opportunista” non lo mette affatto in cattiva luce.
Ci permettiamo solo un ultimo appunto. Per ricordare che relatività non è esattamente il nome più adatto a descrivere le teorie di Einstein. Tant’è che fu Max Planck ad attribuirlo per primo. Einstein, pur avvertendo l’inadeguatezza, accettò la denominazione. Ad ogni modo, la teoria del 1905 lasciò insoddisfatto il suo stesso autore. Perché, semplificando, non arrivava a spiegare tutto. Prevedeva ancora dei sistemi di riferimento “privilegiati”. Ad esempio, un osservatore che sta su una giostra vede cadere un grave in maniera diversa da un osservatore che sta di fianco al bigliettaio. O al bigliettaio stesso, che però nello specifico è in altre faccende affaccendato. Da queste osservazioni partì il lavoro di Einstein, sfociato nel 1916 nell’elaborazione della relatività generale, che fece di quella del 1905 la relatività speciale. Con la nuova teoria, l’osservatore sulla giostra scrive le stesse leggi dell’osservatore a fianco del bigliettaio. Il quale continua a occuparsi dei fatti suoi. Detto in una frase, che rubiamo di nuovo a Sparzani: “La ricerca di Einstein è stata una continua e ostinata ricerca di assoluto”. Buon anno della fisica a tutti. Almeno per quel che ne rimane.

Riccardo Saporiti