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Sul finire dell’Ottocento il ceto borghese raggiunse un prestigio tale da potersi permettere di dettare le proprie volontà e di imporre il proprio ideale estetico nell’economia del mercato librario europeo: sembra una considerazione forte, ma altrimenti non si spiegherebbe quel rimescolamento di generi che si verificò alla fine del xix secolo. Come già accadde nel corso del medioevo quando i nuovi ricchi appartenenti al ceto mercantile si imposero nel campo delle lettere causando la diffusione del romanzo e l’inserimento della figura del mercante tra i personaggi delle pagine letterarie, così in questi decenni i borghesi europei apportarono importanti cambiamenti all’orizzonte letterario europeo. Benché nell’età borghese alcuni moduli dell’età precedente si conservino e la maggior parte della narrativa ottocentesca si rivolga ancora alla maggioranza del pubblico, i grandi temi della letteratura pre-borghese vengono meno: spariscono le aspirazioni romantiche, scompaiono i grandi moti di spirito, si eclissa la figura del titano, svanisce l’uomo che lotta contro un mondo avverso, in una sola frase tramonta l’Etna di René e albeggia la Baker Street di Sherlock Holmes. Ciò che, infatti, caratterizzò soprattutto letteratura di massa fu il recupero dell’antica tradizione di donne, cavalieri, armi e amori. In questi tipi di romanzo la difficoltà centrale, cioè la costruzione di un’avventura borghese compatibile con un’esistenza disciplinata dagli obblighi del lavoro e della vita familiare, viene abitualmente elusa: il personaggio tipico borghese è per sua stessa definizione confinato negli stretti confini cittadini, quando non addirittura domestici, così che anche le sue letture devono essere animate da personaggi con gli stessi vincoli. A volte un’uscita dai limiti troppo angusti dell’esistenza borghese è possibile ed è rappresentata dai romanzi calati nei mondi esotici di Salgari e dell’espansione coloniale, cioè da situazioni in cui i borghesi trasferiscono la loro esistenza in territori lontani ed impervi (ecco allora tutta la saga delle Tigri della Malesia e degli inglesi in giubba rossa immersi tra le foreste di mangrovie e i pirati). Tuttavia non è nei mondi lontani che si attua la vera riconciliazione tra la borghesia e l’avventura, bensì nei più comuni mondi cittadini, non animati da corsari e principesse indigene ma dalle vicende di criminali del romanzo poliziesco.
Il romanzo poliziesco nasce dalla stessa materia narrativa del romanzo d’avventura, e sostanzialmente l’eterna lotta tra bene e male che si radica nella lotta tutta maniche tra un buono che incarna le virtù umane ed un cattivo che è la personificazione delle tentazioni demoniache. Dall’avventura settecentesca, però, al poliziesco ottocentesco si inserirono sopratutto due fattori che portano alla crisi della materia narrativa della letteratura pre-borghese: da una parte si assiste alla sostituzione dell’apparato bellico e il predominio delle armi da fuoco che proprio in virtù della loro forza pongono in secondo piano il valore dell’uomo che si cela dietro un cannone; dall’altra la concentrazione del potere militare nelle mani dello Stato, che diventa sempre più assolutistico, limita la libera iniziativa del privato.
Per non abbandonare del tutto il più popolare genere narrativo si prospettarono due soluzioni: o lo spostamento dello scenario in suggestivi territori esotici (come il già citato Salgari), o la riduzione all’unica forma che è legittimata nello Stato borghese, cioè la caccia al criminale. Mentre l’atteggiamento del detective rimane quello aristocratico della costante disponibilità all’avventura, il suo vero ruolo si rivela come essenzialmente borghese: Holmes incarna alla perfezione questa fusione in quanto si dimostra tanto aristocratico nella scelta dei casi e nell’uso di una logica sopraffina ed ineccepibile, quanto borghese nella sua residenza cittadina, nei suoi modi di fare così affettati, nelle risorse scientifiche e non magiche o mistiche cui ricorre.
Se il tratto di più vistosa innovazione del romanzo poliziesco è la componente dell’enigma e della suspense, che prima non era mai stata sviluppata in modo così intenso, ciò che maggiormente segna questo genere letterario come emblema di tutta un’epoca è il fatto che, più di tutte le altre forme narrative, esso diffonde l’ottimismo di un’armoniosa cooperazione tra morale e conoscenza che nessuna malvagità può contrastare. E alla fine il detective trovò l’assassino.

Alessandro Di Tommaso