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Nel percorso compiuto dalla nostra rivista siamo finalmente giunti a parlare della religione nella contemporaneità. Il taglio della rubrica mi ha però messo subito dinnanzi ad alcune difficoltà tutt’altro che banali.
Di che religione parlare? Che cosa c’è di religiosamente interessante nella contemporaneità? Quale movimento/gruppo religioso prendere ed esaminare in questa ultima tappa del nostro itinerario attraverso i secoli?
Ho rinunciato subito alla scelta. Preferisco prendermi un po’ di spazio e libertà per discutere di religione in generale, di cosa significhi oggi questo termine o di alcune delle ragioni per cui ha perso di significato. In particolare voglio intraprendere un percorso trasversale fra diversi autori che hanno riflettuto sulla nozione di “sacro” ponendola al centro dell’esperienza religiosa.
Vorrei partire da Maria Zambrano, che ci offre una prima distinzione interessante fra “sacro” e “divino”, una distinzione che ci aiuta a comprendere i due termini.
Il sacro, dice questa pensatrice spagnola, è come una notte in cui tutto ci preme, ci schiaccia. Il sacro non ci lascia spazio, ci avvince, ci opprime. In principio era solo il sacro, la sua incomprensibilità: perché esso è anteriore alle cose, è la vera realtà, è la pienezza della realtà ancora non sfiorata da separazioni o delimitazioni, una specie di realtà compatta, tremenda, in cui l’uomo non riesce a trovare spazio, perché il sacro non si preoccupa dell’uomo, non pensa a lui, è chiuso in sé stesso. E’ l’esistenza che pesa, che pesa perché non riusciamo a dar voce al suo fondo oscuro, al nostro vivere e soprattutto al nostro morire, al nostro soffrire e gioire – questo è il sacro l’ineffabile che avvolge ogni nuova nascita, ogni decesso, ogni amore, ogni albero, ogni uccisione, quel senso che viene avvertito ma a cui non si riesce a dar voce.
Perché la voce del sacro è il divino. Il divino è come un aurora, è quando il sacro prende forma, si spezzetta, si segmenta: dapprima quella massa dura che è il sacro si nebulizza, si fa lieve, come le luci dell’aurora, poi compaiono dei volti, delle immagini – gli dei, Dio. Allora, e soltanto allora, l’uomo inizia a vivere, trova il suo spazio nel cosmo, articola il senso dell’essere e del suo esserci.
L’autrice è molto mistica, a modo suo, e il mio breve riassunto di certo non rende giustizia della complessità del suo discorso, affrontato nel suo bellissimo libro L’Uomo e il Divino, edizioni Lavoro. Ma spero chiarisca il punto: il sacro è come un dio non ancora rivelato, come l’assenza della rivelazione…o dello svelamento – ma al contempo presenza di qualcosa, di qualcosa che non ha nome.
I greci l’avrebbero chiamato un “demone”: con questo termine loro intendevano l’azione di un dio che però non si rivela; se un uomo impazzisce, è colpa di un demone, nel momento in cui non si conosce il nome del dio che ne ha causato la follia; insomma, per i greci il demone è un’azione sovrannaturale di un dio in incognito, che non svelandosi nel suo agire, pone l’uomo di fronte ad un evento importante (l’irrompere dello stra-ordinario nell’ordinario) senza però consentirgli di capire il senso di quell’irruzione. Non comprendendone il senso, questa irruzione diventa distruttiva, l’uomo non riesce più a ricomporre il quadro che gli salta fra le mani. Nominando, invece, quell’irruzione, attribuendo ad un dio o una dea quell’azione, l’uomo ricostituisce una sorta di cosmo, facendo rientrare ciò che minaccia di spezzare il suo mondo, in un mondo superiore in cui agiscono anche le potenze sovrannaturali. Si pone naturalmente il problema del rapporto fra il sacro e il divino. E qui vorrei richiamarmi a Rudolf Otto, famoso autore del volume Il Sacro, che ha ispirato la Zambrano. E’ stato lui ad introdurre per primo la nozione di sacro e a porre in questo modo un fondamento della disciplina nota come fenomenologia della religione, ossia un’analisi delle forme tipiche della religione in generale, delle strutture della “religione in sé”. Il discorso di Otto si svolge in una cornice di teologia protestante. Quel che lui vuole dimostrare, analizzando i vari caratteri del sacro, è che nel divino (e in particolare nel Dio cristiano) ci sono sempre due componenti, una razionale e una irrazionale: quella razionale è data da tutta una serie di attributi, di caratteristiche, in generale dalla dogmatica; quella irrazionale è il sacro – ossia il numinoso: ciò che nel divino è incomprensibile, il dio vivente dietro al freddo dio dei filosofi e dei teologi, il dio terribile e pauroso dell’Antico Testamento e delle visioni di alcuni mistici, ma anche l’energia primordiale, l’affascinante – insomma tutti quegli elementi religiosi che sfuggono ad una dimensione filosofica o etica. Questa per Otto è l’essenza della religione: ossia ciò che, tolta l’etica e la teologia, può definirsi come l’elemento propriamente sovrannaturale, miracoloso, incomprensibile, il nudo fatto dell’esserci del divino – ossia il sacro di cui parlerà poi la Zambrano.Dove è finito questo sacro nella nostra civiltà? E’ scomparso.
Pochi credono ancora in esperienze autenticamente religiose.
Se volessimo prendere un simbolo per questo stato di cose, potremmo prendercela con Cartesio, quello del dualismo: res cogitans e res extensa, questo è il mondo, psiche e materia (o energia, cambia poco…). Il problema è che non rimane più spazio per altro. O c’è qualcosa di materiale, fisico, esteso, scientificamente dimostrabile; oppure siamo nel regno della psiche, della psicologia e, quando si tratta di religione, spesso della psicopatologia o della psichiatria vera e propria.
Per Mircea Eliade, il terzo autore che vorrei brevemente richiamare, sacro e profano si ricollegano a due modalità radicalmente diverse di essere nel mondo. La sua analisi si fa particolarmente chiara e acuta nel libricino Il Sacro e il Profano, tutto incentrato sull’opposizione delle due categorie. L’uomo profano, dice Eliade, in un processo fisiologico o fisico (come il mangiare, il cacciare, il sesso o il lavoro) o in uno psicologico (come il sognare, il decidersi, l’amare) non ci vede nulla che vada oltre. L’homo religiosus , invece, potenzialmente potrebbe vedere in ogni atto o evento un sacramento, una ierofania (ossia: manifestazione del sacro). Per l’uomo che vive a contatto con il sacro, il cosmo intero è una ierofania: e questo stabilisce una volta per tutti i rapporti gerarchici – se è il mondo ad essere un’espressione del sacro, allora vuol dire che il sacro è la Realtà (con la R maiuscola), il vero mondo, e che l’uomo è tanto più reale, potente, dotato d’essere, quanto più è vicino e prossimo al sacro, fonte di ogni realtà.
Nel mondo profano tutto questo scompare, perché il sacro non c’è. E’ come se l’uomo non provasse a saltellare ma non riuscisse mai a spiccare il balzo, perché ha troppi pesi sulle spalle: il suo stesso corpo, la materialità del mondo e la sua stessa psiche lo rendono incapaci di andare oltre essi. Invece di fungere da ponte verso la trascendenza, lo tengono inchiodato a terra, perché nell’orizzonte profano non c’è alcuna trascendenza in vista.
Ho voluto dare delle panoramiche sul tema del sacro per offrire al lettore gli strumenti e gli spunti su cui riflettere da sé.
Vorrei concludere esponendo un’ultima citazione di Martin Heidegger e qualche considerazione più strettamente personale sull’argomento.
Dice il filosofo: “Solo partendo dalla verità dell’essere si può pensare l’essenza del sacro. Solo partendo dall’essenza del sacro si può pensare l’essenza della divinità. Solo alla luce dell’essenza della divinità si può pensare e dire che cosa mia debba nominare la parola Dio.” (Lettera sull’ “Umanismo”, Adelphi)
Heidegger vuole difendere la sua posizione dalle critiche di ateismo e nichilismo, e lo fa dicendo che la questione stessa della possibilità o dell’impossibilità degli dei non viene sfiorata dalla filosofia dell’esistenzialismo. Non per mancanza di interesse o per indifferenza, ma perché “la dimensione del sacro rimane chiusa persino come dimensione, se l’apertura dell’essere non è diradata e, nella sua radura, non è vicina all’uomo.”
Ma cosa significa questo? Al di là dei tecnicismi di Heidegger, significa questo: che se l’uomo non ritrova se stesso, aprendosi all’ascolto e ad una vita autentica, non si pone neppure la questione del divino.
Che la nostra sia una civiltà massificata, è un triste fatto. Viviamo trascinati dal grande fiume di processi che ci dominano (l’economia, la politica, i mass-media) ma di cui nessuno è soggetto, autore, processi impersonali che sono stati messi in moto, ma non vengono più controllati. L’uomo è disperso in mille frammenti, fa fatica a ritrovare il contatto con le cose veramente importanti: la vicinanza degli esseri umani, il contatto fisico, il rispetto per il proprio corpo, il gioco, l’attenzione ai propri sogni e alle proprie aspirazioni – le aspirazioni che spesso muovono l’uomo d’oggi sono quelle che ci vengono offerte dalla televisione o dalla moda. Non ci si ascolta, né fra uomini, né da soli con sé stessi. Come può mostrarsi un dio se non c’è un essere umano?
Credo sia questo il senso del discorso di Heidegger. E l’essere umano si ritrova nelle sua radici, riscoprendo quelle dimensioni della sua vita che per lui sono latrici di senso, ritornano, contro un facile consumismo, all’essenziale, alle cose che contano davvero, genuine. Manca il coraggio, per essere diversi, per essere sé stessi, per desiderare secondo i nostri desideri, e non secondo l’industria della pubblicità.
Come diceva il poeta Holderlin, gli dei antichi sono morti (ma sarà vero?) e il dio nuovo non è ancora giunto (ma sarà vero anche questo?) – non sarà forse che gli dei antichi sono sempre lì e il dio nuovo è già arrivato, ma non c’è nessuno che lo ascolti?
Si è persa la capacità di ascoltare, perché tutto viene inquadrato in preconcetti – e se uno vuole ballare nudo sotto la pioggia, o è fatto o è pazzo; e se uno fa follie per l’amore, è meglio che si trovi una tipa più facile (ossia: più disposta ad andare a letto con lui); e se fa sogni strani, và dall’analista o ha mangiato pesante.
Non siamo più aperti allo stra-ordinario, che è l’essenza del sacro: tutto è ordinario, già visto, già capito, già fatto. Solo quando torneremo a concepire e ad esperire ciò che è eccezionale e stra-ordinario non come un’aberrazione da contenere, ma come espressione di una parte del tutto, dell’essere, allora si apriranno di nuovo le porte del sacro.
| Gabrio Andena |