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Carlo Verdone è un attore. Fin qui tutti sono d’accordo. È un comico? O non lo è?
Questo mese l’artista romano compie 50 anni.
I suoi film del passato sono tutti incentrati sulla risata. Alla sua figura si associano pellicole come “Bianco, rosso e verdone”, “Un sacco bello”, “Viaggi di nozze”.
Negli ultimi due anni, però, sembra abbia voluto voltare pagina. Prendiamo “Manuale d’amore”. Una commedia tutta incentrata sulla crisi di coppia nell’epoca in cui le librerie pullulano di manuali del tipo “come rimettersi in gioco” e internet di siti che organizzano incontri con l’anima gemella. Un film diverso dagli altri del passato, in cui recita un Verdone “serio”, che getta dietro di sé tutti quei personaggi che lo hanno fatto diventare celebre.
Alcuni suoi fan potranno essere rimasti delusi dalla parte interpretata dall’attore. Ma perché? Perché non è incentrata sulla comicità. Allora non è facile per un uomo del cinema famoso e conosciuto da generazioni fare i conti con il passato e con se stessi. Non è semplice abbandonare (momentaneamente?) un genere per calarsi in una recitazione che prevede emozioni differenti e non susciti la risata ad ogni costo: una recitazione basata sulle espressioni più che sulle battute.
Nato nel 1950 è figlio del critico cinematografico Mario Verdone.
Il successo di Verdone dura da 30 anni. È un personaggio eclettico.
Colpisce, la straordinaria capacità di interpretare contemporaneamente più personaggi: dodici in "Tali e quali", dieci in "Senti chi parla" e sei in "Un sacco bello". Ne ha interpretati altri tre nel suo capolavoro "Bianco Rosso e Verdone" mentre nel successivo "Borotalco", sembra abbandonare il trasformismo caricaturale a favore di un personaggio unico. Verdone alterna il lavoro di attore-regista a quello di attore: lavora con Sordi, suo maestro, girando "In viaggio con papà”.
È capace in uno stesso film di interpretare tre personaggi differenti, di fare quattro tipi di comicità distanti tra loro senza che le caratteristiche di uno invadano lo spazio dell’altro. Ogni personaggio ha una vita a sé stante. Non rimanda a null’altro che a se stesso.
E quanti sono capaci di questo? Pochi. Non vi è mai capitato di dire di un attore: “In questa scena mi ricorda l’altro film”, oppure “ La recitazione di questo attore è sempre la stessa, sia che rida, sia che pianga!”?
La comicità di Verdone ha una ricchezza complessa che proviene direttamente dall’eredità dialettale dei grandi comici italiani, da Totò a Sordi.
La commedia ironica e divertente si trasforma con l’andar del tempo in situazione drammatica, velata di profonda malinconia, con una comicità tipicamente romana che gli permette di affrontare personaggi vulnerabili e dai difficili e strani rapporti affettivi.
Per Verdone, dopo i classici si era aperta una nuova fase in cui spesso almeno per la critica, non era riuscito a ripetere il successo dei suoi primi lavori. È così: il successo è più facile ottenerlo che mantenerlo. Ma oggi egli stesso non si sente più in competizione col il passato.
Nel gestire la sua popolarità, Verdone non vive di rendita e procede in controtendenza. Anziché buttare un film sull'altro, lavora per mesi alla sceneggiatura e ne cura la realizzazione con meticolosità maniacale.
Al suo debutto Carlo Verdone fu salutato come l’erede di Alberto Sordi. Dopo diciannove regie e numerose ed eccellenti prove di attore in film diretti da altri, la definizione non poteva che andargli stretta. Verdone, per quanto non abbia mai rinnegato l’amicizia sincera e i debiti professionali verso l'Albertone nazionale, è autore di un cinema che negli anni ha maturato tratti assolutamente personali e riconoscibili. Una naturale tendenza alla malinconia, una vena ironicamente affettuosa versi i personaggi, una straordinaria capacità di cogliere i vizi e i vezzi della famiglia e della società italiane, l'intelligenza di non finire mai nella battutaccia fine a se stessa, l'umiltà di dare spazio agli attori che lo affiancano. Pregi che si riflettono in film sempre divertenti, talvolta esilaranti, ma che lasciano  l'amaro in bocca. Verdone, se è erede di qualcosa o qualcuno, lo è della commedia all'italiana.
Parliamo di Silvio Muccino. Ha 21 anni, è un attore. Ha recitato a fianco di Verdone in “Manuale d’amore”. Ora prosegue questo sodalizio in “Il mio miglior nemico”.
Confronto/scontro generazionale: sia nella trama del film, sia nel cast.
Verdone-Muccino; due generazioni. L’uno ormai maschera del cinema italiano a mio parere senza eredi; l’altro un giovane esordiente. Quest’ultimo ha recitato in “Che ne sarà di noi” e adesso è alle prese con il secondo film girato assieme a Verdone. Sicuramente si è realizzato un suo sogno: poter recitare e lavorare con il suo mito. D’altra parte, però, i risvolti negativi non possono non esserci. Lavorare con i “grandi” aiuta certo a farti diventare più bravo, ma allo stesso tempo ti porta a misurarti su un terreno che gli altri hanno già sperimentato; ti trovi a competere sul loro territorio (quello della commedia) e la differenza tra un Attore e un attore si sentono più marcate. Ciò non significa comunque che Muccino non possa diventare un Attore. Anzi. Penso che abbia tutte le caratteristiche per diventarlo.
Silvio Muccino ha un'intelligenza prodigiosa. Lui ha una percezione istintiva e precisa di quello che è lo show-business. Sa di essere un attore e un artista.
Muccino ha coraggio e forza di volontà da vendere. È determinato e soprattutto sa cosa vuole nella vita.
È un ragazzo molto intelligente che vuole fare una carriera da attore “vero” che rifiuta le cose meno interessanti e che desidera un riconoscimento anche sul piano internazionale.
Ma deve riuscire ad evitare le trappole che esistono per questi attori più giovani come - ad esempio - subire eccessivamente il fascino del piccolo film oscuro che può essere importante per la loro carriera, ma che - alla fine - se diventa un'abitudine rischia di massacrarli.
Purtroppo un “pericolo” è sempre in agguato per gli attori giovani e belli come lui: le fan scatenate.
Un attore, come ho già avuto modo di ricordare nelle puntate precedenti della rubrica, è bravo prima che bello.
Ma il successo come Bello se da un lato non fa che aumentare la notorietà, dall’altro lato può attenuare la bravura e le capacità artistiche. Non è la bravura che si nasconde dietro la bellezza, ma il contrario.
Mi è già capitato di sentire che Silvio Muccino si trova in uno “scontro diretto” con Riccardo Scamarcio.
Entrambi sono molto bravi e belli. Piacciono ai ragazzi e alle ragazze giovani. Hanno un grande potenziale.
Ma quello che manca in Italia è avere degli attori in grado di “aprire” un film determinando da soli il successo al botteghino. Avere dei nomi in grado di far fare un incasso importante ad un film già al primo week end sarebbe importantissimo. Ce ne sono molto pochi…
Ma è così difficile provare ad inserire un attore seppur giovane e con davanti a sé una lunga carriera artistica in un confronto non solo generazionale ma anche tra talenti?

Elisa Cataldi