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Mi capitò, un po’ di tempo fa, di essere invitato ad una grigliata in compagnia e ad una gara amichevole di tiro con l’arco da parte degli Arcieri di Varese e, trascurando di riferire i risultati della gara ed i postumi delle birre che bevemmo fino a notte fonda, c’è stato un momento particolare che mi ha molto colpito. Verso le otto di sera, mentre riponevo con cura il mio arco dopo le fatiche della gara, guardando verso le griglie mi accorsi che, armato di forcone, c’era un certo Michele Frangilli a cucinarci la cena. Giusto per capire chi è costui diciamo che fa parte della nazionale italiana dal 1991 e, sommando tutte le sue vittorie, si è aggiudicato un totale di 61 ori, 33 argenti e 12 bronzi! E aggiungo che aveva anche appena vinto quella garetta amichevole. Titoli da poco? Direi di no, per quanto uno sport come il tiro con l’arco muova, almeno in Italia, un giro di sponsor, pubblicità o anche solo attenzione dei mezzi di comunicazione infinitamente inferiore (giusto per usare un eufemismo) di molte altre discipline. Posso ben capire, però, che anche un non addetto ai lavori sia attratto dal beach volley (quattro ragazze in costume restano un bello spettacolo anche senza capire perché ricorrono una palla), dagli sport motoristici (chi non vorrebbe essere libero di sfrecciare a folle velocità senza la paura della polizia stradale), o del calcio (soldi, veline, fama, chi più ne ha più ne metta). L’arco, che già di suo non brilla in spettacolarità, come molti altri sport che qui da noi sono considerati minori, soffre di una piaga paurosa in un mondo dove la conoscenza è (quasi) tutto: la non visibilità. Ma le riflessioni che mi vennero in mente tra una salsiccia e una costina erano anche altre: guardavo Michele seduto di fronte a me e pensavo: “in quell’uomo ci sono più titoli mondiali che in Schumacher”, o “fa più centri lui in una gara che Kakà in tutto il campionato”, o “e se gli chiedessi un autografo?”. Essere seduti allo stesso tavolo con un campione del mondo, parlarci insieme, scherzare (per inciso: è una persona simpaticissima) il tutto senza avvertire una distanza incolmabile. Ora, mi chiedo, è questa l’essenza dello sport: essere uniti da una comune passione? Credo proprio di sì, eppure non ovunque è così. Ma non dico cosa rovini gli sport maggiori poiché tutti già lo sappiamo: il troppo denaro.

Alessandro Di Tommaso