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Non ritengo possibile aprire una riflessione sul tema dello stato dell’università in Italia senza partire da un dato di fatto. Nel 1960 in Italia solo il 10% dei diciannovenni si iscriveva all’università, oggi, la percentuale è salita al 60%. Il modello di università di élite pensata per creare la classe dirigente del Paese è finita. Ora l’università è di massa: non si tratta di opinioni, lo dicono i numeri. Si rassegni chi rimpiange il passato: nel resto d’Europa il fenomeno è anche più marcato. Niente paura per chi avesse sete di conoscenza e di percorsi di alta specializzazione, vi sono i dottorati di ricerca ed iniziano a diffondersi esperienze dedicate a studenti eccellenti.
Ciò detto, veniamo al cuore del tema. L’Università italiana sta declinando? Vedo elementi positivi e negativi. Ne scelgo un paio per ciascuna categoria ed, essendo ottimista, inizio dai primi.
Anzitutto la riforma dei cicli universitari ha colpito nel segno, recependo il concetto di università di massa ed introducendo una rapporto tra esami e carico di lavoro, mediante i crediti universitari, con la conseguenza di ridurre i tempi di laurea. Ogni anno fuori corso pesa sulla collettività per migliaia di euro in termini di costi sostenuti dalle famiglie e di mancata generazione di reddito. Capitava spesso (e talvolta capita ancora, purtroppo) di imbattersi in corsi di studio dove non un solo studente riusciva a completare il corso di studio nei tempi previsti. Anziché segno di serietà e rigore, queste situazioni manifestano un’evidente incapacità di progettazione e programmazione ed esprimono quindi una bassa qualità della formazione
Un altro dato positivo è il così detto Processo di Bologna, sottoscritto dai ministri dell’università europei proprio nella più antica università del mondo, finalizzato ad integrare i sistemi universitari ed a permettere il mutuo riconoscimento di titoli e esami. In quell’ambito nascono i programmi di scambio studenteschi come il celebre Erasmus, che permettono ad un numero crescente di giovani cittadini europei di trascorrere un periodo di studio in un Paese differente da quello natio, consentendogli di vivere una straordinaria esperienza, prima che di apprendimento, di vita.
Quanto agli elementi negativi, innanzitutto vi è il fatto che l’Università rischia di diventare un “diplomificio” limitandosi a sfornare prodotti formativi preconfezionati. Un argomento per chi rimpiange il passato? No: non si tratta di tornare ai vecchi programmi, si tratta di ripensare gli stessi, prevedere spazi d’interattività, esperienze applicative, inserire moduli dedicati alle capacità relazionali, ai comportamenti, alla comunicazioni. Mentre il resto d’Europa si muove, ormai da decenni in Italia su questi argomenti siamo terribilmente indietro.
Si giunge dunque al principale problema dell’università italiana: il sistema delle decisioni all’interno degli atenei. L’ impostazione collegiale degli organi universitari in atenei sempre più complessi e dinamici crea situazioni conservative e incapacità di miglioramento. Recentemente almeno in tre prestigiosi atenei italiani, Rettori illuminati che avevano impostato processi di rinnovamento portando risorse e prestigio internazionale alle rispettive organizzazioni, al termine del loro mandato clamorosamente non sono stati rinnovati perché i colleghi docenti hanno preferito rimpiazzarli eleggendo esponenti deboli, meno scomodi, meno propensi al cambiamento. In poche parole la governance del sistema universitario non è adeguata al correre veloce dei tempi moderni. La difesa dell’autonomia non passa dalla collegialità, che anzi, paralizzando gli atenei, autorizza interventi governativi di regolazione, i quali non hanno altro effetto che l’incremento del numero degli adempimenti burocratici. La capacità di decidere, la chiarezza delle strategie sono i baluardi di un’università libera. L’esempio delle università inglesi e olandesi lo testimoniano.
Ho individuato due elementi positivi e due negativi. Si deve parlare di declino? Fino a qualche decennio fa avremmo potuto dirci soddisfatti, indubbiamente qualcosa si era fatto ed il resto avrebbe potuto essere messo all’ordine del giorno negli anni successivi. Oggi credo che occorra parlare di declino.
Un prova? La poca attenzione ai giovani ricercatori e la loro fuga verso l’estero. Chi, finiti gli studi, si ferma in Università è sottoposto ad una selezione blanda in ingresso, e successivamente ha poche occasioni di crescere, di imparare. I meccanismi di carriera seguono traiettorie non meritocratiche (il nepotismo strettamente inteso è un fenomeno drammaticamente diffuso) e le retribuzioni sono limitate. In questa palude (ovviamente esistono fortunate eccezioni) i migliori trovano incarichi all’estero (lì la carriera è meritocratica e proprio per questo è possibile avere salari più elevati), altri abbinano incarichi professionali all’attività accademica, finendo per perdere di vista quest’ultima. Il rischio è che l’attività a tempo pieno negli atenei italiani diventi un lusso per figli e nipoti di importanti cattedratici in grado di fare carriera velocemente o per mediocri che non saprebbero dove altro andare e accettano di passare il loro tempo facendo lezioncine ed assistenze.
La riforma della governance universitaria, la chiarezza delle strategie degli atenei (eventualmente con l’apertura di una riflessione sul valore legale del titolo di studio), la carriera dei giovani ricercatori, la valutazione delle attività didattiche e di ricerca, sono tutti temi che non possono aspettare. In una società globale, che ha nella creazione e diffusione di conoscenza la risorsa fondamentale per affrontare la competizione, non basta non andare indietro, occorre evolvere. Già Carlo Cattaneo affermava “non v'è lavoro, non v'è capitale che non cominci con un atto d'intelligenza”. È questo che mi preoccupa: la scarsa capacità dell’Università di reagire agli stimoli esterni, di elaborare strategie, di sviluppare progetti, di assumere decisioni, di concepire “atti di intelligenza” sul proprio futuro.

Matteo Turri