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Bene, se volete fare i giornalisti in Italia cominciate ad abituarvi all’idea che non basta saper scrivere e aver voglia di fare per finire ad essere considerati in questo mondo. Non che la regola sia diversa per molte altre professioni, ma ci delude un po’ questa rivelazione per l’idea romantica che ci facciamo del giornalismo, come di una professione da eroi: e pensiamo a Montanelli o alla Fallaci e a mille altri, che tutto quello che avevano era lo sfacciato coraggio delle loro idée e un bel po’ di incoscienza, per assolvere all’impossibile compito di rischiarare l’aria e ruscire a vedere le cose vere.
Prima di tutto adesso il giornalista non può più avere solo la macchina da scrivere di fronte a sé (avrei dovuto dire il computer… ma l’Olivetti montanelliana è più romantica). La professione giornalistica comprende competenze che spaziano dal mondo dell’editoria a quello televisivo, non è più sufficiente scrivere qualche battuta per riempire un vuoto sulla pagina del giorno. Ci vuole professionalità e competenza in mille settori, qualche titolo di studio e esperienza in campo… bhé nessuno ha detto che era facile…
Niente di strano fino ad ora, la strada è lunga e tortuosa, ma non è questo che ci delude, a noi aspiranti, dico. Quello che delude è che la professione giornalistica è regolata da un ordine. L’Ordine dei Giornalisti, come quello degli Avvocati, Dottori commercialisti e via così (che noi italiani siamo pieni di ordini) nasce nel 1963. In realtà l’ordine nasceva come Albo dei giornalisti gestito dal sindacato nel Febbraio 1928 con una legge fascista. Ovviamente l’Albo più che regolatore della professione è pensato nel 1928 come strumento di controllo sull’attività giornalistica, eppure questo sopravvive anche alla morte del fascismo. Indovinate chi sono i primi sostenitori dell’albo? Esatto, i giornalisti, (quelli “già-giornalisti” ovviamente, quelli che non vogliono troppa concorrenza) che nel primo congresso dell’ordine dopo la liberazione nel 1946 affermano che “la difesa della libertà di stampa e dell’indipendenza della categoria non è in contrasto con un ordine dei giornalisti, giuridicamente riconosciuto”. Ma coinciso e diretto fu il commento di Luigi Einaudi: “tecnicamente un istituto assurdo e ridicolo, moralmente uno strumento di schiavitù”.
Quando la legge n.69 del 1963 con cui viene istituito l’Ordine viene promulgata le acclamazioni e le critiche furono praticamente della stessa intensità: chi gridava alla morte della libertà di stampa, che invece si rallegrava che finalmente il giornalista diventava un professionista come gli altri, e non ci saremmo più trovati di fronte al dominio del direttore. Si perché per far parte dell’Ordine è necessario avere un titolo di studio superiore e superare un’esame statale. Così non vi troverete mai un novellino liceale a scrivere sul Corriere, e un neolaureato non rischierà di essere pagato più di un veterano, anche se se lo merita.
Ma l’informazione non dovrebbe essere libera, indipendente? Lo sapete che solo da noi e in Francia un giornalista deve far parte di un albo?
Ci servirà un po’ di tempo ancora perché il libero mercato raggiunga anche la libera informazione e che la meritocrazia sia il principio cardine perché un giornalista venga premiato. Intanto rassegnamoci all’inevitabile iscrizione all’albo, facciamo i bravi, e assoggettiamoci a questo “istituto assurdo e ridicolo”.
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Laura Lo Coco |