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Quella 2005 è stata l’ennesima estate calda del calcio italiano. Abbiamo avuto uno scandalo scommesse che ha riguardato la più antica società calcistica del nostro paese, che si ritrova in serie C dopo aver conquistato sul campo la serie A. Un’altra società storica, vincitrice di sette scudetti, è fallita e ha dovuto rinunciare alla promozione, mentre una terza “grande vecchia”, anch’essa con sette tricolori in bacheca, retrocessa sul campo ha sperato fino all’ultimo che un tribunale le regalasse la salvezza a scapito dell’ennesima squadra con i conti in rosso. Tutto questo, manco a dirlo, condito da moti di piazza, violenze urbane e danni a beni privati e pubblici. Aggiungiamo all’elenco ciò che ormai è quasi abitudine: accuse di doping, che intaccano anche i colossi del passato (ora è la volta dell’Inter di Herrera), processi sommari ad arbitri indifesi (si, perché una norma idiota impedisce loro di rilasciare dichiarazioni ai media dopo le partite), scontri tra bande di ultras e polizia, treni e autogrill danneggiati ogni domenica. La normale amministrazione del mondo pallonaro.
In questo numero dedicato al nostro paese, in cui ci domandiamo se stiamo vivendo una fase di decadenza, voglio occuparmi di calcio, perché ritengo che sia, nel bene e nel male, una delle più importanti cartine tornasole della nostra società. Circa tre milioni di praticanti abituali, in media oltre 200 mila spettatori si recano allo stadio ogni fine settimana per le dieci partite della serie A, la domenica pomeriggio Sky, che viaggia verso i 4 milioni di abbonati, registra punte di ascolto del 15%, grazie al suo “Diretta gol”, versione moderna di “Tutto il calcio minuto per minuto”, piazzandosi oltre la maggior parte dei canali in chiaro. Il mondo della grande industria da sempre innamorato del pallone: salvo rare eccezioni (come Benetton e Armani, pure impegnati in altri sport), i califfi di Confindustria investono, o hanno investito, nel calcio. Con tutto questo viavai di genti e di soldi, è ovvio che la politica tenga un occhio puntato sugli stadi: certe squadre di provincia stiano serene, perché in caso di guai l’eletto (e anche il suo sfidante) nel collegio locale, e meglio ancora il sindaco, muoverà mari e monti per evitare fallimenti e retrocessioni. A volte con risultati soddisfacenti, come un paio d’anni fa, quando i campionati videro magicamente aumentare il numero di partecipanti a dieci giorni dall’inizio; altre volte, come quest’estate, con meno successo: Genova, Bologna e Torino escono sconfitte, non Messina che pure da due anni ha il Comune commissariato. La dirigenza della Federcalcio, se vuole organizzare l’Europeo del 2012, stia tranquilla: l’appoggio del governo (destra o sinistra non importa) arriverà, basta ricordare ai politici che il Portogallo, grazie a quell’evento, nel 2004 ha guadagnato un punto di PIL. Ricordiamo infine che, in un settore in difficoltà come quello editoriale, esistono ben tre quotidiani e due settimanali a tiratura nazionale dedicati allo sport (che significa quasi esclusivamente calcio).
Non mi sembra che nel nostro paese esista un altro fenomeno così diffuso e radicato, a ogni livello economico, sociale e culturale. Nulla che possa rappresentare così bene il nostro paese, che ci possa dire qualcosa di più su di noi. Allora, cosa ci sta dicendo il calcio? Ci dice bene o male? Temo male.
In primo luogo ci mostra un sistema economico incapace, nel suo insieme, di rinnovarsi e di anticipare, o almeno seguire a ruota, la concorrenza. Prendiamo una questione di stretta attualità: gli stadi. Federcalcio e Lega professionisti hanno lanciato l’allarme: niente Europei senza un rinnovo radicale degli impianti, ha annunciato Carraio. Non aspettiamo di ottenere l’organizzazione, agiamo subito, ha risposto Galliani. Ricordiamo alcuni eventi del recente passato: nessun altro paese europeo ha avuto, nel giro di una quindicina d’anni, così tante occasioni di ricostruire gli stati, che non sono solamente palcoscenico domenicale, ma in Europa sono ormai centri polifunzionali aperti sette giorni su sette; contengono infatti centri commerciali, bar, ristoranti, alberghi, cinema. Possono ospitare concerti e grandi eventi. La nostra prima occasione furono i mondiali 1990: ce ne affidarono l’organizzazione a metà anni ’80, in pieno delirio tangentopoliano. Fu una manna! Due casi limite: a Torino venne costruito lo stadio nuovo di zecca. Preventivo di 60 miliardi (si parla di lire di allora), costi effettivi 160 miliardi. Una pista di atletica che non può essere usata per grandi manifestazioni (manca un’adeguata zona di riscaldamento) e un destino già scritto: il Delle Alpi verrà demolito. A Bari, circa 250 mila abitanti e uno stadio, anch’esso tirato su nuovo per l’occasione, da circa 60 mila posti: in proporzione a Roma dovrebbero costruirne uno da 720 mila posti: sai che boati per i gol nei derby! Costo totale dell’operazione: quasi 130 miliardi, una ventina oltre il preventivo. La seconda grande occasione arrivò una decina d’anni dopo, con l’avvento delle televisioni satellitari, disposte a pagare centinaia di miliardi per i diritti calcistici. Nel giro di quattro anni la serie A riuscì a raddoppiare i ricavi in quel settore, sfiorando i mille miliardi di lire alla fine del decennio. Ma questa cifra abominevole venne sperperata: già dal 1999 la massima serie denunciava un rosso da quasi 1500 miliardi che non si riusciva non dico a diminuire, ma nemmeno a contenere. Così, mentre altri paesi investivano i ricavati TV in stadi, sicurezza e merchandising, cioè beni redditizi e a lunga durata, i nostri club spendevano quei soldi per l’acquisto e lo stipendio dei calciatori, bene non redditizio e di breve durata. Per avere un’idea, a inizio del nuovo secolo il Manchester UTD, allora il club più ricco al mondo (oggi è il secondo, superato dal Real Madrid), spendeva poco più del 50% del fatturato per gli ingaggi dei dipendenti (calciatori e tecnici); i nostri club più forti stavano tra il 70% e l’80%.
Pensiamo ad un altro problema, che tristemente rimane d’attualità per gran parte delle domeniche calcistiche: la violenza dentro e fuori gli stadi. Due campionato or sono, il ministero dell’Interno dovette emanare un decreto speciale, che oggi viene definito “anti-violenza”, dopo che allo stadio di Torino una partita fu sospesa visto che i giocatori erano sommersi da oggetti di varia natura, mai simpatica, lanciati dalla curva di casa. Tra i provvedimenti c’era anche la “flagranza differita”, cioè la possibilità di arrestare (in flagranza appunto) un tifoso violento anche 48 ore dopo il reato, sfruttando le telecamere a circuito chiuso, ora obbligatorie in ogni stadio. Che efficacia può avere una simile idea se un giudice, in nome della privacy, si rifiuta di applicarla? Come possiamo sperare di frenare la violenza se le autorità nazionali non hanno compattezza e non mostrano di condividere le stesse priorità? Da l’episodio di Torino a oggi abbiamo avuto il derby romano sospeso perché le curve sostenevano che la Polizia avesse ferito a morte un tifoso (episodio mai avvenuto), e alcuni ultras scesero in campo per imporre le loro vedute ai giocatori, mentre prefetto e questore, inascoltati, erano di tutt’altro avviso. C’è stato il derby milanese in Champions, sospeso per lancio di oggetti in campo (col portiere del Milan colpito); ci sono stati decine di episodi sparsi nelle nostre periferie. Ma ancora oggi il pacchetto “anti-violenza” è oggetto di polemiche: ora viene addirittura imputato come colpevole del calo di spettatori allo stadio, come se rischio di incidenti e scomodità degli impianti invoglino masse di persone ad andare alla partita. Vent’anni fa i tifosi inglesi erano considerati i più violenti e pericolosi d’Europa, oggi l’Inghilterra è (giustamente) riconosciuta come modello da imitare, anche per la sicurezza. Ma cosa crediamo? Che gli energumeni carichi di birra e pronti a scatenare risse ad ogni incrocio siano magicamente diventati tutti appassionati di botanica e numismatica? Gli hooligans esistono ancora, come i violenti e pericolosi esistono in ogni paese. Una società non può eliminare la criminalità: è impossibile. Ma le istituzioni, se sono compatte e decise, possono isolare le frange pericolose rendendole progressivamente inoffensive. Da noi non esiste né compattezza né decisionismo. Aggiungiamo che c’è anche troppa rassegnazione: il pubblico onesto è una sorta di “maggioranza silenziosa”, che non protesta né reagisce, lascia le piazze e gli altoparlanti agli ultras, abbandona gli stadi in mano al teppismo e alle scomodità, ma non riesce ad abbandonare il calcio, nemmeno per due mesi. Nemmeno per dare una bella scossa, per riprendersi in seguito il loro mondo ripulito, a misura di famiglia.

La rassegnazione: altro male italiano.

Carlo Bonomi