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Quando si pensa ai libri, se proprio viene alla mente un nome, questo è quello di Guttemberg e della sua Bibbia del 1454. Senza nulla togliere a ciò che fece il tedesco, che per primo in Europa introdusse la stampa a caratteri mobili realizzati in lega metallica e l’uso dei torchi, è meglio tuttavia distribuire i meriti con più equità. Si conceda pure che dopo di lui la diffusione dei libri crebbe e il loro prezzo si abbassò, quello che è importante notare ora è la qualità: le sue realizzazioni appaiono forse belle, ma si tratta solo di alcune sue opere, quelle che volevano volutamente risultare belle e che, dopo essere state impresse a stampa, venivano ancora affidate ai miniatori e ai decoratori per rifinirle. La vera questione è che fino a Guttemberg i codici manoscritti, prima ancora che opere letterarie, erano opere d’arte, mentre le edizioni a stampa erano l’equivalente delle nostre fotocopie: qualitativamente meno pregiati, come le fotocopie dei nostri giorni nessuno si sentirebbe in colpa a deturparli con segni indelebili e scritte colorate. Il libro a stampa divenne invece un’opera in grado di rivaleggiare con i manoscritti antichi solo un secolo dopo, quando nel 1555 un italiano, il veneziano Aldo Manuzio, pubblicò tutti gli autori greci, latini e volgari con un formato elegante e raffinato, dotato di incisioni a stampa e, soprattutto, bello a prescindere dal successivo passaggio sotto le mani dei miniatori. Dopo queste puntualizzazioni, un consiglio: se ad un’asta vengono battuti sia una Bibbia Guttemberg che un Petrarca Manuzio, puntate sull’italiano.
| Alessandro Di Tommaso |