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Copernico, Galileo, Keplero, Newton. Quattro tappe fondamentali nella storia dell’umanità. Che non solo hanno dato vita alla scienza, ma, in una sequenza logicamente conseguente, hanno rappresentato quattro successive tappe di avvicinamento alla verità. Forse. “Della favola bella che ieri ti illuse, che oggi t’illude”, scriveva il poeta. E non c’è bisogno di scomodare la teoria della relatività speciale, di cui si celebra quest’anno il centesimo anniversario. Perchè in quello stesso periodo veniva dato alle stampe La théorie physique: son object et sa structure, opera di Pierre Duhem. Il quale, fra l’altro, sosteneva che le leggi di Newton non siano derivabili per induzione da quelle di Keplero. Come invece sir Isaac affermava nei Philosophiae naturalis principia mathematica del 1687. Ed è questo il motivo per cui parliamo di “favola bella”.
Due le argomentazioni addotte dal filosofo francese. La prima prende avvio dalla prima legge newtoniana del moto, per cui un corpo non soggetto a forze persevera nel proprio stato di quiete o di moto rettilineo uniforme. Ora, secondo le leggi di Keplero, l’orbita di un pianeta è un’ellisse di cui il sole occupa uno dei due fuochi. Il che implica che un pianeta, muovendosi secondo traiettoria ellittica, sia soggetto a forze. Nello specifico, l’attrazione gravitazionale esercitata dal sole. Ma anche da tutti gli altri pianeti del sistema solare. Risultato, il moto non è perfettamente ellittico, ma soggetto a perturbazioni. Aspetto ammesso dallo stesso Newton. Che finisce però per contraddire Keplero e la sua teoria per cui il moto di un pianeta descrive un’ellissi.
La seconda argomentazione ha un carattere più “filosofico”. Sostiene infatti Duhem che Newton abbia ridescritto le leggi di Keplero introducendo le nozioni meccaniche di ‘forza’ e ‘massa’. Concetti che nell’opera dell’autore dell’Astronomia nova non sono presenti, essendo appunto stati introdotti da sir Isaac. Il che contraddice nuovamente la pretesa newtoniana di aver derivato le proprie leggi da quelle del suo “predecessore”. Una favola, insomma, nel senso che poco ha a che fare con certezza e verità. Bella, invero, e questo è fuor di dubbio.

Riccardo Saporiti