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Quanti sui banchi di scuola esclamarono: “Il neoclassicismo? Oh no! Che barba! Molto meglio il romanticismo, così palpitante e vitale, cupo e pieno di morte!” avendo in mente quei pittori e scultori poco fantasiosi (dicevano loro) che quasi nel xix secolo copiavano uno stile vecchio di secoli. Eppure si sbagliavano, e di grosso. Neoclassicismo e romanticismo, per quanto quasi coetanei e apparentemente appartenenti a due ambiti opposti, in realtà sono due “modi di vedere” molto uniti, figli entrambe del bisogno di un ritorno al passato chiarificatore che si risolve in soluzioni divergenti. Mario Praz con sicurezza scriveva: “«Classico e romantico – dice il Grierson – ecco la sistole e la diastole del cuore umano nella storia, quei vocaboli rappresentano da un lato il nostro bisogno d’ordine, di sintesi, di disciplina di pensiero, di sentimento e d’azione, disciplina comprensiva e insieme ben definita, e perciò esclusiva non meno che inclusiva»; dall’altro lato la scoperta della finitezza, della insufficienza di una tal sintesi di fronte alle nuove aspirazioni, e la rivoluzione che è il risultato di questa scoperta”. Ecco perché in un periodo storico come il secondo Settecento, un momento di profondo cambiamento, tra tendenze classicheggianti sotto forma di proporzione ed equilibrio, tra reminescenze arcadiche sotto forma di onomastiche ed epiteti latini e greci, e avvisaglie romantiche sotto forma della liberazione da ogni vincolo, quest’epoca fu profondamente segnata dalle interne e nascoste contraddizioni, i diversi artisti vivevano e sentivano in modo diverso, ora richiudendosi negli schemi fissati di classicistica memoria, ora vibrando di dubbi già romantici, ora cercando di mediare accogliendo vagheggiamenti titanici in una forma misurata.
Il neoclassicismo fu lo stile di questo tardo Settecento, della fase culminante, rivoluzionaria, di quella grande esplosione di ricerca umana nota col nome di illuminsmo. L’impegno morale, la profonda serietà, l’alto, a volte visionario, idealismo di liberi pensatori, philosophes e Aufklärer, tutto si rifletté in esso. Infatti il neoclassicismo, nelle sue espressioni più vitali, condivise ampiamente il loro spirito di riforma che si sforzava di realizzare, sia attraverso un paziente progresso scientifico, sia attraverso un ritorno catartico, alla Rousseau, alla semplicità e purezza primitive, un mondo nuovo e migliore governato dalle immutabili leggi della ragione e dell’equità, un mondo in cui l’infâme sarebbe stato écrasé per sempre. Dall’origine, da quell’archeologia artistica e cerimoniale, a volte puramente di facciata, dell’Arcadia, fino ad un recupero della classicità latina e greca più profondo e maturo il passo non fu eccessivamente lungo, tanto che già verso la seconda metà del Settecento si potevano rintracciare le prime esperienze neoclassiche. Generalmente l’illuminismo settecentesco si riconobbe, artisticamente parlando, nel programma del neoclassicismo, promosso dalla nascita dell’archeologia, dalla sensazione prodotta dagli scavi di Ercolano (1738) e di Pompei (1748), degli scritti dell’archeologo tedesco Johann Joachim Winckelmann (1717-1768). Nel termine “neoclassicismo” il prefisso neo indica una differenza rispetto al classicismo dell’età precedente o di quella umanistico-rinascimentale, e ciò provoca almeno tre conseguenze: per prima l’imitazione del mondo greco e latino, durante il Settecento, si unisce ad un chiaro sentimento della loro lontananza e dunque ad un moto si nostalgia ed inquietudine; poi non si cerca più di creare poetiche precettistiche né un canone rigido, né ci si ispira a norme credute eterne ed assolute, anzi il criterio di valore è affidato al gusto, dunque variabile e relativo; infine l’identificazione fra valori classici, valori naturali e valori razionali porta gli artisti a condividere, almeno nella prima fase (tra il 1748 e il 1895), la battaglia illuminista per una società più libera. In questo periodo rifarsi alla classicità significa prendere a modello la Roma repubblicana (non quella imperiale del successivo periodo napoleonico, così portata a soluzioni e tendenze meno sobrie e più grandiose ed ornamentali), ma non copiando, bensì imitando, cioè estrarre e distillare la quieta sobrietà di quell’arte. Proprio nella quieta sobrietà, fino all’essenzialità più estrema, si può identificare la maggiore cifra stilistica del neoclassicismo. Quando Winckelmann visitò i templi della Magna Grecia li trovò inizialmente grezzi, ma poi quella loro semplicità quasi brutale, così vicina alle origini, creazioni di una società che non concepiva fronzoli ed orpelli decorativi inutili, lo colpì a tal punto che in pochi anni il suo gusto greco si diffuse in tutta Europa. Ma la semplicità che l’archeologo tedesco andava cercando era ancora superiore a quella dei templi di Paestum: abolite le scanalature nelle colonne doriche, tutto si ridusse alle forme essenziali della sfera e del cubo, alla linea ed al cerchio. Quando si pensa al neoclassicismo, soprattutto in architettura, si dovrebbero avere in mente edifici come la Barrière de la Villette di Ledoux o la rotonda della sede della Banca d’Inghilterra di Soane, nei quali tutto è essenziale e ciò che appare come ornamento in realtà è un elemento costitutivo dell’architettura. Non a caso ho parlato di architettura: si pensa a Canova, si pensa a David, ma solo nell’architettura, la più astratta delle arti figurative, l’ideale primitivo tanto vagheggiato dai neoclassici poté toccare le vette aspirate, senza essere contaminato da satiri, guerrieri o legislatori, incombenze elogiative o doveri di partito. Così il neoclassicismo visse le sue massime punte espressive quando riuscì a soffondere le passioni romantiche entro un’impeccabile linearità, con forme pacate e consolatrici quali si ritrovano nelle sculture del Canova o nei quadri meno celebrativi di David. Per i neoclassici il sublime era un gesto statuario in cui la tensione ed il movimento erano sublimati in una calma superiore che celava un fremito interno: da questa considerazione muovono le folle di quadri, statue e poesie che ritraggono uomini, eroi e dei in pose calme e statiche, dal canoviano Teseo che ha appena ucciso il Minotauro, al Giuramento degli Orazi del David fino alla bellezza consolatrice delle Grazie. Questa calma spirituale, serafica, racchiude un significato spirituale e simbolico: è la precisa volontà, da parte degli artisti e degli uomini neoclassici, di porre un equilibrio, sia sotto forma di espressione formale sia sotto forma di soggetti rappresentati. Non a caso Walter Binni scriveva: “Tale è l’immagine del mare che se pur agitato in superficie è nel suo fondo perennemente tranquillo, e tale è quella contraria e simile del dio irato e minaccioso, ma impassibile nel gesto superbo e divino, che ricorrono, non per caso, in vari teorici e poeti neoclassici.”.
I giacobini elessero il neoclassicismo a loro stile artistico ufficiale, non accorgendosi che così facendo ad un tempo sia ne decretavano la morte, sia davano il via ad una corsa all’antichità che sarebbe diventata tutta esteriore. Questo neoclassicismo, divenuto di moda, generò prima prodotti kitsch, come modelli di orologi con le statuine del quadro davidiano del Giuramento degli Orazi, poi si trasformò nello stile Impero: persa la ricerca dell’originaria semplicità, abiurata la linearità delle forme, esso si adagiò sulla copia dello stile della Roma imperiale e della riproposizione di schemi accademici e poco originali. Ad una prima vista si fatica a scorgerne le differenze ma, guardando il San Carlo di Napoli, si vede che permangono colonne e pietre a vista, ma quelle colonne non sono più elementi strutturali quanto piuttosto decorazioni e le pietre della facciata non sono grezze ma volutamente spugnate.
A questo neoclassicismo, divenuto di moda e privato dei suoi intenti originari, i romantici si ribellarono invocando il ritorno all’epoca barbarica in cui proporzioni, simmetrie, regole non esistevano, guardando la bellezza del cubo e della sfera. Neoclassicismo e romanticismo cosa sono se non due modi diversi di dire la stessa cosa: essenzialità, sobrietà e aderenza all’origine.
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Elisa Cataldi |