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Era il 1771 quando Alfieri, il giovane conte astigiano che allora aveva solo ventidue anni, racconta del suo mancato incontro con Metastasio: “Si aggiunga, che io avendo veduto il Metastasio a Schoenbrunn nei giardini imperiali fare a Maria Teresa la genuflessioncella di uso, con una faccia sì servilmente lieta e adulatoria, ed io giovenilmente plutarchizzando, mi esagerava talmente il vero in astratto, che io non avrei consentito mai di contrarre né amicizia né familiarità con una Musa appigionata o venduta all’autorità despotica da me sì caldamente abborrita. In tal guisa io andava a poco a poco assumendo il carattere di un salvatico pensatore; e queste disparate accoppiandosi poi con le passioni naturali all’età di vent’anni e le loro conseguenze naturalissime, venivano a formar di me un tutto assai originale e risibile.” (Alfieri, Vita, Edizione nazionale 1951, Epoca 3, cap. 8, 3).
Giusto per capirci meglio: Metastasio era il poeta di corte di Maria Teresa d’Austria, oltre ad essere, con i suoi melodrammi, uno degli scrittori italiani più conosciuti al mondo, mentre Alfieri, all’epoca, era il nulla più assoluto in campo letterario, quasi non sapendo neppure intendere l’italiano; l’azione così scandalosa, agli occhi del giovane, era una convenzionale genuflessione con cui tutti i cortigiani si prostravano ai piedi del re, ma tanto bastò per suscitare lo sdegno del futuro trageda che non volle più incontrare il ben più famoso connazionale. Questa scena, che potrebbe sembrare ridicola oppure una semplice macchietta nella vita di due grandi scrittori, in realtà maschera ed al contempo sintetizza quella profonda frattura che si stava aprendo nel campo letterario ed artistico nell’Europa di fine Settecento.
Mentastasio, in letteratura, così come molti altri artisti in altre discipline, si pensi ad esempio Beethoven nella musica di corte, segna la fine di un’epoca: il poeta, uomo d’ingegno e d’intelletto, fino a quel momento (per momento si deve intendere un lasso di tempo variamente ampio e variamente collocato nella scala cronologica mondiale nelle diverse nazioni, ma che grossomodo ha la sua massima spinta rinnovatrice proprio in questi anni) era stato un uomo di corte che, mettendo le proprie qualità al servizio di un regnante, ne diventava un suo subalterno. Così come il ministro della difesa si occupava dell’esercito e l’architetto di corte abbelliva le dimore ufficiali, nella maggior parte dei casi il poeta di corte era addetto ad intessere le lodi del suo “datore di lavoro” o, nei casi più fortunati e meno servili, comporre opere per il divertimento del suo signore. Coloro che vennero dopo, uomini “plutarchizzati” per usare un’espressione dell’Alfieri, erano figli della ragione e del secolo dei lumi, tanto che non potevano tollerare di sottomettere il proprio valore letterario ed il dono che le Muse fecero loro, ai voleri ed ai capricci di un sovrano. Alfieri fu il primo a ripudiare questo servaggio letterario, rifiutandosi sempre di scrivere per un re o per un nobile e pure di recitare le sue opere per un simile auditorio, e per meglio chiarire questa sua volontà compì un gesto altrettanto eclatante come il rifiutarsi di incontrare Metastasio, ma molto più significativo. Per l’esemplarità con cui voleva proporsi al suo pubblico ed ai suoi lettori, il gesto della donazione di tutti i suoi beni materiali e del suo titolo nobiliare alla sorella è carico di diversi significati, sia politici che poetico. Ecco ciò che egli stesso racconta sulla donazione del 1778: “Esisteva in quel tempo una legge in Piemonte, che dice: «Sarà pur anche proibito a chicchessia di fare stampar libri o altri scritti fuori de’ nostri Stati, senza licenza de’ revisori, sotto pena di scudi sessanta, od altra maggiore, ed eziandio corporale, se così esigesse qualche circostanza per un pubblico esempio». Alla qual legge aggiungendo quest’altra: «I vassalli abitanti de’ nostri Stati non potranno assentarsi dai medesimi senza nostra licenza in iscritto». E fra questi due ceppi si vien facilmente a conchiudere, che io non poteva essere ad un tempo vassallo ed autore. Io dunque prescelsi di essere autore. E, nemicissimo com’io era d’ogni sotterfugio ed indugio, presi per disvassallarmi la più corta e la più piana via, di fare una interissima donazione in vita d’ogni mio stabile sì infeudato che libero (e questo era più che i due terzi del tutto) al mio erede naturale, che era la mia sorella Giulia, maritata come dissi col conte di Cumiana. E così feci nella più solenne e irrevocabile maniera, riserbandomi una pensione annua di lire quattordici mila di Piemonte, cioè zecchini fiorentini mille quattrocento, che venivano ad essere poco più in circa della metà della mia totale entrata d’allora. E contentone io rimanevami di perdere l’altra metà, o di comprare con essa l’indipendenza della mia opinione, e la scelta del mio soggiorno, e la libertà dello scrivere. Ma il dare stabile e intero compimento a codest’affare mi cagionò molte noie e disturbi, attese le molte formalità legali, che trattandosi l’affare da lontano per lettere, consumarono necessariamente assai più tempo.” (Vita, Epoca 4, cap. 6). Il motivo politico di questo gesto viene spiegato molto chiaramente dallo stesso scrittore, cioè avere quella necessaria libertà di scrivere senza dover sottostare ai controlli obbligatori, cui era soggetto in quanto vassallo della monarchia sabauda; invece il motivo poetico è più complesso, e rivela la volontà di poter liberamente usufruire del proprio genio letterario e del proprio tempo per pensare. La questione del “pensare” non deve apparire insolita o eccessiva per una scelta così drastica come la cessione di ogni proprietà, se si considera che il Piemonte esercitava un controllo molto stretto sia sui propri intellettuali, sia sui propri nobili, ed Alfieri era l’uno e l’altro. La libertà da qualsivoglia vincolo, sia esso politico o sentimentale, era per l’astigiano il primo presupposto per diventare uno scrittore degno di gloria e non legato ad alcuna sudditanza.
Senza citare ancora altri passi di Vittorio Alfieri, credo che la questione sia stata abbastanza chiarita, tuttavia alcune ulteriori precisazioni sarebbero necessarie. A partire dall’Ottocento la maggior parte degli scrittori diventa indipendente: provenivano essi soprattutto dalla nascente classe borghese e si erano formati leggendo i testi illuministici, l’Enciclopedia prima tra tutti, e trovarono occupazione nel campo giornalistico fondando direttamente dei giornali o collaborandoci come giornalisti specializzati in questioni letterarie. Un simile discorso si può ampliare considerando anche le altre arti: è qui che la musica esce dalle corti per entrare nelle camere borghesi, è qui che al primo compositore Beethoven si sostituisce il piccolo autodidatta Schubert che vive del proprio lavoro. Alfieri fu il primo che lo fece e per molti di coloro che lo seguirono fu un modello da imitare, tanto che sarebbe difficile immaginare la società attuale senza questi moti di rivoluzione nei confronti della tradizionale relazione letterati-mecenati: il libero pensiero, dopo essere stato in gestazione nel grembo dell’illuminismo, nacque nell’incitamento alfieriano all’indipendenza (forse sto caricando di un po’ troppa importanza questo poeta, ma mi piace così) e raggiunse la maturità nel secolo successivo con i suoi moti risorgimentali, le sue campagne d’informazione e le sue lotte di idee.
Per concludere, siccome sono certo che qualcuno farà quest’obbiezione, soprattutto poiché parlando tante volte di Alfieri tale obbiezioni mi è stata ripetutamente sollevata, vorrei prevenirla rispondendole e spiegandone la propria fallacità. È vero che si deve ammettere quanto Alfieri vivesse in una condizione economica sicuramente privilegiata, poiché essendo nobile (conte per la precisione) e ricco poteva ben permettersi di rinunciare a tutti i suoi titoli e ad i suoi possedimenti in cambio di un congruo vitalizio, quindi l’aver speso tante parole sulla sua donazione e sulla necessità per un poeta di non sottostare alla volontà di un mecenate sembra apparire come un discorso privo di senso per chi, e sono la maggior parte, non ebbero la fortuna dei suoi natali. Tutto questo non lo nego poiché è la verità, voglio tuttavia ricordare ora due cose: innanzitutto la sua scelta è stata dettata dalla volontà, in quanto Alfieri avrebbe potuto tranquillamente evitare tutte le trafile burocratiche, evitare ti perdere anni ad imparare a leggere latino e greco ed a scrivere in un italiano perfetto (che per un piemontese dell’epoca era cosa difficile se si considera che lo stesso Cavour leggeva parlava e scriveva in francese), evitare di esporsi in prima persona solo per quello che può apparire un desiderio ed un sogno personale e vivere di rendita; in secondo luogo esistono tanti scrittori, soprattutto in Francia ma non solo, che pur non essendo ricchi di nascita perpetuarono i loro ideali letterari scrivendo da soli, il più delle volte su giornali, la miglior forma di scrittura indipendente. La strada per Alfieri fu solo più facile ma, sia che essa sia in piano, sia che essa sia in salita e piena di buche fangose, è sempre l’uomo che decide di percorrerla.
| Alessandro Di Tommaso |