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L’Alchimia ha sempre stuzzicato l’attenzione degli studiosi: dalla fine dell’ottocento, per tutto il novecento si sono susseguite ricerche ed ipotesi volte a svelarne il mistero, a cercare di penetrare il segreto conservato nelle bizzarre allegorie alchemiche e nelle incomprensibili frasi dei trattati.
Vorrei seguire tre delle vie battute per strappare all’Ars Regia, come è anche nota l’Alchimia, il suo velo.
Tutte e tre propongono una rivalutazione dell’arte alchemica, per ragioni, come vedremo, profondamente diverse.
La prima, a mio avviso quella meno interessante, è l’interpretazione chimica. E se qualcuno dei lettori ha sentito parlare di Alchimia, probabilmente è perché ne ha letto qualcosa nel primo capitolo del libro di chimica delle scuole superiori oppure in qualche volume di storia della scienza. Secondo questa corrente interpretativa, che ovviamente ha avuto molta fortuna presso gli storici della scienza, l’Alchimia è l’araldo della chimica, un “sapere” precursore. Nei loro deliri alla ricerca dell’Elixir e del Lapis Philosophorum, la Pietra Filosofale che serve per trasformare il piombo in oro e curare le malattie, gli alchimisti si sono imbattuti nella scoperta del modo di formare i primi composti chimici e hanno operato, bisogna dargliene atto, una prima rudimentale classificazione degli stessi.
L’Alchimia, insomma, ha valore in quanto prefigura la scienza. E solo per questo.
Ora, è un dato di fatto storico, dai laboratori degli alchimisti ci sono giunte, prima della chimica, alcune scoperte chimiche. Ed è un altro dato di fatto che alcuni – sottolineo, alcuni – alchimisti ritenessero davvero la loro ricerca soltanto un tentativo di scovare il procedimento materiale per fabbricare l’oro.
Ma ridurre l’Alchimia a questo è un grave errore. Primo, perché significa misconoscere le affermazioni degli stessi alchimisti, che in molti loro trattati non fanno che ripetere che i loro materiali non sono quelli “volgari”, che il loro Mercurio, ad esempio, non è quel che tutti gli altri chiamano con questo nome.
E qui già uno studioso onesto dovrebbe porsi delle domande. Ma a che cosa si riferiscono allora? Cosa sono i loro metalli, l’Oro o l’Athanor se non cose materiali?
E’ chiaro che accanto ad un filone di lavoro materiale e di laboratorio ha sempre convissuto (almeno dai primi secoli dell’era cristiana, con Zosimo e col Corpus Hermeticum) un filone più prettamente mistico e psichico: il lavoro alchemico viene interpretato in chiave simbolica come lavoro sull’alchimista che mira al proprio perfezionamento.
Seguendo questa traccia – tutt’altro che labile – lo psicanalista svizzero Carl Gustav Jung dedicò moltissimi anni allo studio dell’Alchimia. In particolare i suoi ultimi grandi lavori, Psicologia e Alchimia e soprattutto il Mysterium Coniunctionis, mirano ad una nuova interpretazione dell’Ars Regia: l’Alchimia è una psicanalisi ante litteram, ossia le immagini che compaiono nelle opere alchemiche (che, più che opere testuali, sono opere iconografiche) sono espressioni dell’Inconscio Collettivo e superbe rappresentazioni del processo di individuazione, ossia quel processo psichico, agente in ogni uomo, che mira a differenziare i vari componenti della psiche fra loro (invece che lasciarli in una fusione inconscia) per poi integrarli in una totalità organica.
In questo senso le varie fasi dell’Opera alchemica, ossia l’Opera al Nero, al Bianco e al Rosso sono interpretate con le chiavi offerte dalla psicologia dinamica: l’Opera al Nero è il confronto con l’Ombra, ossia con l’inconscio personale e il rimosso, l’Opera al Bianco l’incontro con l’Anima/l’Animus, la parte della nostra psiche che racchiude gli elementi controsessuali (il maschile nella donna, il femminile nell’uomo), infine l’Opera al Rosso, raffigurata come coniunctio oppositorum e matrimonio del Re e della Regina, è l’integrazione della parte maschile con quella femminile, l’integrazione degli opposti che simboleggia la raggiunta totalità e completezza psichica, il Sé.
Ma quindi, ci si chiede, secondo Jung gli alchimisti facevano davvero qualcosa in laboratorio? Sì, e usavano la materia – inconsapevolmente - come uno schermo per proiettarvi i propri conflitti inconsci. Essi vedevano effettivamente delle trasformazioni realizzarsi, ma ciò dipendeva da una proiezione del loro inconscio.
Questa interpretazione, senz’altro più accattivante della precedente, ha comunque dei notevoli punti deboli. Già la forma in cui l’ho esposta è una semplificazione, più propria degli epigoni di Jung che di Jung stesso: egli infatti scrisse, alla fine del Mysterium Coniunctionis, che l’Alchimia rimane un mistero e che difficilmente potrà mai essere ridotta a qualcosa d’altro, sia questo altro psicologia o scienza. La scelta dei testi che fa Jung è inoltre discutibile, soprattutto per quel che riguarda la loro data di composizione: sono infatti tutti piuttosto tardi. Inoltre non esiste una sola versione del procedimento dell’Opera alchemica, ma molteplici e discordanti.
Tuttavia l’esegesi di Jung ha il pregio di aver mostrato che l’Alchimia può avere un senso...e che anzi, con ogni probabilità ne ha uno molto importante.
L’ultima via interpretativa favorita dagli stessi alchimisti, è quella esoterica: l’Alchimia è una forma di sapere iniziatico, celato con allegorie che rappresentano il cammino dell’iniziando nelle varie fasi che lo portano alla realizzazione spirituale. Uno dei più chiari sostenitori di questa tesi è Julius Evola, nella sua opera La Tradizione Ermetica. Al di là della sua tesi portante – che esista una Tradizione unica e immutabile da cui tutte le religioni e spiritualità sono scaturite, tendenzialmente per degenerazione – tesi assai discutibile già da un punto di vista esoterico (figuriamoci da uno antropologico!), la sua analisi dell’Alchimia gode di una notevole chiarezza – sebbene qua e là sembri un po’ tirata per i capelli e meriti di essere approfondita e confrontata più rigorosamente con i testi alchemici. Egli scompone tutti i vari simbolismi (la meretrice, il drago, il campo, i metalli) definendoli nei termini delle tecniche spirituali proprie dell’esoterismo e mostrando la coerenza dell’insieme.
In definitiva sembra che qualunque interpretazione dell’Alchimia non riesca a spiegarla completamente – rimane sempre un ampio margine di incomprensibile, irriducibile. Chi si avvicinerà ad essa scoprirà che è costituita prevalentemente di immagini: draghi che si mordono la coda, leoni verdi, androgini, corvi e teschi, il figlio che uccide il vecchio re, incesti, forni e mantici, l’uovo cosmico, simboli planetari etc.
C’è una tale cacofonia di simboli da rimanere storditi e anche un po’ inorriditi sulle prime. Poi, quando si penetra questo mare caotico, non si può non esserne catturati: quei simboli si vivificano, si segue con ansia il procedere delle illustrazioni che raffigurano la morte e resurrezione del re o la preparazione del Lapis.
L’indecifrabilità dell’Alchimia dipende dalla pienezza del simbolo, che se è veramente tale non può mai essere ridotto ad una singola interpretazione: da esso rampollano sempre nuove immagini, nuove catene di significato e il simbolo riesce sempre a spuntarla a conservare il suo mistero. L’Alchimia fu senz’altro un abbozzo di chimica, senz’altro intrecciata con i processi psicologici di chi la faceva…e sicuramente, almeno in alcuni casi, nascondeva un sapere iniziatico.
Indipendentemente da quale via esegetica si voglia seguire per avvicinarsi all’Alchimia, credo che essa ci insegni il valore dei simboli e di quella parte di noi che li produce – e che ci mostri i limiti che la nostra ragione analitica possiede, perché nell’Alchimia si trova davanti a qualcosa di sommamente importante ma che rimane un mistero.
Bibliografia. Per una prima panoramica completa consiglio Arcana Sapienza di Michela Pereira, Carocci editore, una storia dell’alchimia completa. Poi i testi citati di Jung ed Evola. Bellissimo il volume di immagini Alchimia & Mistica di Alexander Roob, della Taschen. Infine consiglio vivamente il sito http://www.airesis.net.
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Gabrio Andena |