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Eccoci ritrovati dopo la nostra pausa estiva e subito noi dell’Angolo abbiamo sulle spalle una promessa da mantenere. Mentre il numero di luglio stava andando in stampa, a Londra è successo quello che non si dimentica, davanti a cui non si può tacere. Abbiamo voluto inserire un breve commento, consapevoli che non fosse sufficiente quel corsivo per trattare il problema del terrorismo fondamentalista: crediamo che non fosse sufficiente per voi lettori, e non lo era per noi redattori.

Non abbiamo però rinunciato al nostro “progetto Europa”, arrivato alla quarta e penultima puntata: lo abbiamo integrato in un numero che ha due argomenti centrali. Ci dispiace che l’età moderna non abbia, come i periodi precedenti, l’onore della copertina, ma abbiamo valutato le priorità.

Nelle mie “annotazioni” invocavo disperato l’Europa e il suo risveglio. Quante volte l’ho fatto negli ultimi anni! L’ho già scritto e lo ripeto: il mio destino è di finire tra gli “illusi traditi e mazziati”, sperando di non tramutarmi in un disilluso arrabbiato e quindi cinico. Solo non riesco ad accettare l’idea che un continente con millenni di storia, cultura e civiltà alle spalle, millenni in cui credo che gli eventi grandiosi complessivamente siano più di quelli vergognosi, sia oggi una vecchia ciabatta, ormai rimbambita e in balia degli eventi. Ecco perché seguito a spronare Signora Europa: ci vedo ancora potenzialità nascoste. Oggi queste potenzialità sono assolutamente necessarie.

Il giorno successivo la strage londinese, il direttore del Corsera Paolo Mieli, in uno dei suoi rari editoriali, “Il suicidio dell’Europa”, ricordava come il Vecchio Continente avesse reagito con prontezza all’11 settembre, applicando l’articolo 5 della NATO e intervenendo in massa in Afghanistan, per poi eclissarsi due anni dopo, alla scoppio della guerra in Irak. L’articolo si concludeva così: “Altro che referendum sulla Costituzione europea: la disfatta dell’UE comincia dall’aver accettato di essere il tallone d’Achille dell’Occidente al cospetto del terrorismo. Faccia pure l’Europa qualcosa di diverso dall’America. Ma faccia qualcosa.” Certo non è l’Eurabia di Oriana Fallaci, ma nemmeno è un complimento. Le cose stanno come le descrive Paolo Mieli? Credo di si. L’attacco di quattro anni fa a New York e Washington era un atto di guerra troppo clamoroso perché l’Europa chiudesse gli occhi. Era palese che le molte conseguenze (pensate a quelle economiche) ci avrebbero coinvolti: la maggior parte delle forze politiche del continente, anche quelle più ostili agli USA e alle amministrazioni repubblicane in particolare, reagì compattamente. Il bersaglio era poi troppo grosso: si sapeva dove si nascondeva Bin Laden, il cui nome era forse sconosciuto al cittadino medio, non ai servizi occidentali, e il regime di Kabul non godeva di molte simpatie. Per gran parte dell’opinione pubblica europea, e per quella laica in particolare, da allora “talebano” è diventato un insulto. Sembrava che l’Occidente avesse trovato un comune nemico che, come ai tempi della Guerra Fredda, fungeva da collante. La crisi irachena ha cambiato le carte, spaccato l’Europa al suo interno prima ancora che allontanato i “cugini atlantici”. È inutile tornare ora a conteggiare colpe e ragioni. Ci interessa il risultato: l’Europa come soggetto unitario è scomparsa, e da allora esiste una sola politica anti-terrorismo, quella americana, bella o brutta che sia. L’Unione non ha agito attivamente in nessuno dei grandi casi che si sono verificati negli ultimi due anni: la guerriglia in Irak, la crisi israelo-palestinese, le elezioni iraniane. Nemmeno i grandi attentati che hanno colpito l’Europa stessa sono serviti da scossa. Nel mio corsivo di luglio evidenziavo il pericolo che stiamo sottovalutando: la minaccia che incombe sul nostro modello di vita. Andiamo per esempi concreti. L’Europa (quella occidentale) è oggi terra d’immigrazione. Siamo un piccolo continente con un’enorme densità di popolazione, e con tassi medi di disoccupazione più alti degli USA: eppure non possiamo fare a meno degli immigrati che arrivano un po’ da tutte le parti. Non possiamo perché il nostro sistema produttivo ha bisogno di braccia, visto che gli europei rifuggono da lavori umili, e perché la nostra opinione pubblica non accetterebbe una chiusura totale delle frontiere: sono ancora vivi i sensi di colpa per un passato colonialista, vissuto oggi (con qualche ragione, ma anche con torti) come un peccato da espiare. Umanitaristi ma un po’ fannulloni: pregi e difetti europei. Eppure New York, Madrid, Londra ci mostrano come la nostra politica d’accoglienza abbia funzionato male. Siamo ben disposti ad accogliere ma incapaci di integrare? Calma, non è così semplice. Primo, abbiamo accolto troppo, creando sacche di clandestini che nessuno riesce a controllare. Secondo, vittime dell’ugualitarismo, abbiamo pensato che integrare un rumeno e un marocchino fosse la stessa cosa. Non è così, e anche se non vogliamo ammetterlo, sappiamo il perché. Un’altra caratteristica occidentale, e in particolar modo europea, è la netta separazione tra stato e chiese. La religione stia al suo posto, cioè nella vita privata del credente. Ora, per un europeo dell’Est, o anche per un asiatico, si tratta di un costume molto più facile da accettare rispetto ad un musulmano: se escludiamo la Turchia, gli altri paesi islamici sono piuttosto lontani da una simile idea. Come conciliare necessità e volontà d’accoglienza, laicismo e libertà religiosa dell’individuo? Ammetto che è non un problemuccio da risolversi una sera sparapanzati in un bar. Filosofi e politici si scervellano da anni: forse a loro una sera “di ripiglio” in un bar non farebbe male. Ma la soluzione che per vent’anni abbiamo adottato, cioè far finta di nulla, è tutto tranne che una soluzione. Il governo francese ha chiuso occhi, orecchie e quant’altro davanti alla pratica clandestina della clitoridectomia (e infibulazione). Troppi governi hanno permesso che imam scatenati esortassero i giovani immigrati a far di tutto per non integrarsi nel nuovo paese: racconti come quello dell’algerino-milanese Smari (autore del romanzo “Fiamme in Paradiso”) sono molto istruttivi. Ciò che è accaduto a Londra (e non dimentichiamo Sharm e Baghdad) deve porre fine a questo “che facciamo? Boh”. Per giovani di tante culture e diversi strati sociali Londra è oggi un simbolo e un mito: non importa che sia la città più cara d’Europa, resta una tappa obbligata di una vacanza, di un soggiorno o di tutta la vita. Sarebbe il caso che fosse una tappa anche per l’UE: di svolta. Necessità e volontà di immigrati: ok, ma non c’è posto per tutti. Quote annue e controlli sull’identità più minuziosi: scusate, ma di questi tempi la fiducia si guadagna sul campo. Laicismo e libertà religiosa: ci stiamo provando con i cristiani, tentiamo anche con i musulmani. Garantiamo i luoghi di culto, ma allontaniamo gli imam che fomentano i giovani: mi sembra assurdo permettere che in casa nostra crescano gli attentatori di Londra. Che è un simbolo di tutti, ricordiamolo.

Carlo Bonomi