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La poesia è uno di quei pochi enigmi destinato a diventare sempre più irrisolvibile tante più parole si spendono per cercare di scioglierlo. La questione, benché apparentemente scontata, riguarda proprio quel processo di continuo commento, parafrasi, esegesi cui i testi poetici sono soggetti, o meglio, mi si passi il termine, condannati. Quanti libri sono stati scritti sui meccanismi che spiegano come interpretare una poesia e quante guide alla retorica, metrica e composizione esistono sul mercato: ne ho perso il conto? E quante semplici interpretazioni sono state stilate anche su sole poche righe? Risiede qui l’enigma, o il paradosso se preferite, della questione poetica: la poesia è l’essenzialità, la parola esatta che non può essere sostituita, e la fatica cui si sottopone il poeta scrivendo è proprio quella di ridurre ogni espressione superflua.
Il testo poetico, da quando l’uomo ricorda, è sempre stato soggetto ai tentativi di entrarvi, di penetrane la struttura, di violarne i segreti. La questione da porsi, ora, è quanto sia lecita tale azione. Fermo restando che non si vuole porre in discussione lo studio della retorica, della metrica e di tutti quei meccanismi (dalle rime ai giochi di accenti, dalle metafore alle sinestesie, dagli iperbati agli ossimori, e la lista potrebbe continuare per almeno altre due pagine) che rendono un testo poetico differente da un testo in prosa, la questione senza risposta che si affronta qui riguarda soprattutto lo statuto della poesia come opera d’arte. Senza andare a scomodare L’origine dell’opera d’arte e Heidegger, un altro che di parole ne ha scritte troppe come tutti i filosofi, ragioniamo su quello che è e che ci giunge dalla poesia.
Nel libro Finzione e dizione, Genette sostiene che ci siano due modi per cercare di definire la letteratura. Il primo riguarda i contenuti semantici: “se è un racconto di finzione allora è un testo letterario”. Il secondo riguarda il modo in cui è scritto ed è un criterio rematico: “se è in versi allora è letteratura”. Come si può vedere si tratta di condizioni sufficienti ma non necessarie. Per gli altri casi, cioè i testi non di fantasia e non in versi come Il Principe di Machiavelli o La Vita di Alfieri, vale la qualità di stile che può essere percepita esteticamente. Il criterio rematico funzione costituzionalmente se si tratta di versificazione, e funziona condizionalmente se si tratta di far legiferare i lettori sullo stile. In questo modo Genette ha identificato come la definizione di letterarietà non sia una definizione sufficiente: è l’atteggiamento dei lettori a decidere in merito alla letterarietà poiché il testo da solo non è sufficiente. Il problema ora è capire in che modo il lettore legifera.
Tra tutte le teorie letterarie, quella che più mi convince è espressa da Erich Lausberg in Elementi di retorica, dove compie alcune divisioni. La prima divisione è quella fra due tipi fondamentali di discorso, e cioè il discorso di consumo, quello tipico della conversazione quotidiana (noi pronunciamo certe frasi che hanno il loro scopo lì, in quel momento e si consumano lì, in quel momento), la loro esistenza è connessa strettamente alla funzionalità dello scambio comunicativo quotidiano, ad esempio: A.: Sa che ore sono? B.: Sono le 10.30. Basta, finisce qui. Dai discorsi di consumo si distinguono quelli che Lausberg chiama i discorsi di riuso, cioè discorsi destinati ad essere ripetuti nel tempo. Sono discorsi destinati ad una funzione pubblica e non privata, e sono ripetuti nel tempo da parte di un uditorio che nel tempo si rinnova. Da questa distinzione deriva anche una bella definizione della letteratura: “discorsi fissati per una ripetibile evocazione di atti socialmente importanti di coscienza collettiva”. La distinzione nasce già nelle società arcaiche: il testo sacro, la preghiera, la formula propiziatoria, la legge, la massima proverbiale, il racconto mistico, l’apologo, la fiaba, la rappresentazione drammatica… sono tutti esempi di discorsi di riuso, discorsi di cui ne viene conservata l’identità e che vengono ripetuti in circostanze abituali e rituali, per esempio nelle cerimonie liturgiche… oppure la legge che deve essere richiamata alla memoria ogni volta che nel processo si dibatte il reato o l’ipotesi di reato e il giudice giunge a una sentenza.
In sostanza Lausberg descrive tre tipi di discorso di riuso: il testo sacro, la legge, l’opera letteraria. Il testo sacro è tipicamente legato all’esercizio di certi riti all’interno dei quali il testo viene pronunciato, citato, recitato… La legge è strettamente legata a pratiche istituzionali molto rigide. L’opera letteraria sembra invece collocarsi su una soglia di transizione verso forme di pratica più spontanee, più libere, meno cerimonialmente fissate.
E’ interessante notare come questi tipi di testo abbiano diversa accessibilità. Un testo sacro è di solito fissato in un canone non più modificabile. Una volta fissato il canone della Bibbia, se aggiungiamo al canone della Bibbia i Vangeli cambiamo religione, dalla religione ebraica a quella cristiana. E’ un canone chiuso, quello del testo sacro. C’è inoltre una disparità radicale tra l’autore del testo sacro e il suo destinatario. L’autore del testo sacro è Dio, che ha ispirato il profeta. L’uditorio si colloca invece su un piano metafisicamente diverso da quello dell’autore. C’è un’asimmetria radicale, drastica tra gli interlocutori. Inoltre nessuno può scrivere un testo sacro, a meno di riuscire a convincere il nostro uditorio che il nostro testo è stato ispirato da Dio e che noi siamo dei profeti. A questo punto si riapre il ciclo. Ma non è “alla portata di tutti” scrivere un testo sacro. La legge è un canone aperto. Una legge può essere sempre abrogata, così come una legge può essere sempre introdotta. Però non è accessibile a chiunque. Nessuno di noi può scrivere una legge. Può proporre una legge, semmai, ma ci sono delle procedure istituzionali che la sanciscono. Possiamo obbedire o disubbidire ad una legge, ma non emanarne una. C’è solo un potere che può emanarla, cioè il Parlamento. La letteratura, invece, non aderisce ad un canone prestabilito. Chiunque può scrivere un romanzo, basta che ne abbia una competenza. Non c’è nessuna autorità che a priori separi l’autore ed i suoi destinatari. Però rimane un vincolo: noi non possiamo rispondere sullo stesso piano al testo sacro, non possiamo rispondere sullo stesso piano ad una legge, e di norma noi non rispondiamo ad un’opera letteraria con un’altra opera letteraria. Rileggiamo, semplicemente, l’opera letteraria. C’è quindi anche qui un’asimmetria fra l’autore ed il suo pubblico. Nel senso che, in quella cerimonia particolare che è la lettura, non c’è risposta del pubblico sullo stesso piano all’autore. Pensate alla rappresentazione teatrale… Fin quando si svolge la rappresentazione il pubblico ascolta e basta, non interloquisce. Se il pubblico interrompe la rappresentazione teatrale, interrompe quella “cerimonia”. C’è un aspetto cerimoniale nella comunicazione letteraria che condivide con le due altre forme di testi di riuso, e cioè l’impossibilità di rispondere sullo stesso piano.
Tra questi criteri cui una comunità seleziona i testi di riuso c’è anzitutto l’autorità. L’autorità del testo sacro è derivata dal suo autore: l’autore è Dio e quindi il testo sacro è un testo di riuso per definizione e trae la sua autorità dalla sua fonte originaria. L’autorità è importante per la legge. Occorre una fonte che ha il potere di promulgarla e che trae la sua autorità dalla costituzione che regola la legge fondamentale dello stato. L’autorità è evidentemente molto meno importante nell’ambito del corpus dell’esercizio letterario, anche se qualche ruolo lo svolge. Nella nostra civiltà letteraria ci sono presentatori televisivi che scrivono libri… Se Mike Bongiorno scrivesse un libro, sicuramente l’editore glielo pubblicherebbe, perché può contare su un raggio di pubblico vastissimo. Quindi l’autorità conta nella selezione dei testi che si propongono al riuso.
Infine il criterio di verità non è così importante nell’ambito del testo letterario. Anche se ci sono testi che pretendono di essere veridici e fa parte della nostra comprensione del testo il renderci conto che si presentano come testi che vogliono affermare delle verità, come il De rerum natura di Lucrezio o la Commedia di Dante, dove c’è la pretesa, che fa parte del contenuto semantico del testo, di essere un testo veridico sotto il profilo dottrinario e teologico. Ma ciò che è più importante ai fini del nostro discorso è sapere che la Commedia si presenti come testo teologicamente portatore di verità. E’ vero che di fronte alla maggior parte dei testi letterari, scatta quella che solitamente si chiama sospensione dell’incredulità e quindi il problema se il testo sia vero o falso perde di pertinenza. E’ sicuramente vero che nella nostra esperienza estetica moderna, la sospensione dell’incredulità caratterizza più o meno universalmente la lettura dei testi letterari. Così non era in passato.
Infine il terzo criterio è più rilevante quando parliamo del testo letterario, anche se vale un po’ per tutti i testi: l’aspetto formale. Non c’è discorso di riuso che in qualche modo non debba conformare il dettato stilistico, linguistico del testo alla circostanza verso il quale è destinato. L’elaborazione della lingua e dello stile in funzione dei temi trattati o dei modelli a cui è destinato il testo è ovviamente una caratteristica tipica del discorso letterario.
È un discorso un po’ lungo, lo ammetto, ma cambiare l’opinione comune di chi si avvicina ad una poesia pensando alle scolastiche domande di interpretazione con quella di chi si avvicina ad una poesia pensando di avere davanti un testo sacro da non interpretare ma ascoltare non è cosa facile. Forse, per concludere, potrei citare la battuta di un film: “Io non saprei dire le cose che ho detto diversamente da come le ho dette”. Si tratta de Il postino, in cui Neruda risponde con queste parole alla richiesta di Mario di spiegare una sua poesia. Vorrei infine ringraziare una persona, Franco Brioschi, professore dell’Università Degli Studi di Milano recentemente scomparso, che in una lezione del 20 novembre 2002 ha mirabilmente spiegato la nozione di riuso e la questione poetica.
| Alessandro Di Tommaso |