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Non è facile parlare di un opera poetica che, sotto un linguaggio ingannevolmente immediato tanto da sfociare in certi tratti al di là del “poetico” fin dentro la quotidianità umana, si realizza in una potenza espressiva tanto forte quanto discreta.
All’inizio, alla prima lettura o non conoscendo l’autore, le poesie possono straniare un poco il lettore: al di là dell’ouverture, che spesso si muove pacatamente come le pennellate di Botticelli e che sembra immettere in uno scenario placido e descritto con toni lievi, il quadro si complica, diventando convulso e violentemente tinteggiato da un cupo Van Gogh. Ma questo è il pregio della lirica di questo libro: senza troppo mediazioni logiche e razionali, dopo i primi versi che introducono appena il lettore nell’orizzonte di Venezia, quello che si fissa sulla pagina sono le emozioni e le idee che lì si pongono, quasi che proprio nascano dal rettangolo bianco della carta.
Vorrei accennare ai temi cantati in queste liriche, ma in realtà non esiste nulla di cantato: la musicalità non segue i ritmi consueti della lirica metricamente costruita su endecasillabi, ma le parole, molte volte isolate in piccoli versi, costituiscono un’essenza di musica pura in cui tutto è giust’apposto, dove tutto viene giocato più sull’accumulo che non su accostamenti delicati dove anche i semitoni, divisi in unità più brevi, sembrano lievi all’orecchio. Ciò di cui queste poesia vivono, dunque, sono i temi cari agli anni ’70, ma che ci interessano ancora poiché questioni come la vita, la morte e l’amore non tramontano. La vita, prima di tutto, così impalpabilmente definita nel contrasto con al morte che, come un latente fantasma, non abbandona mai la giornata del poeta. E poi la libertà, come inappagata ricerca e meta di ogni volontà che tuttavia non si riesce a manifestare in questo mondo. L’amore, come ciò che da senso alla vita e la rende degna di essere vissuta. Ed infine, ma forse domanda prima che tutte le altre precede, la definizione dell’io, con tutte le sue multiformi sfaccettature e il labirinto di emozioni che lascia insoluto ogni tentativo di penetrarne il segreto. Forse, unica vera chiave del mondo, la poesia guida il poeta: “Lontano dalla merda fetida che immerge lo spirito / nella tomba / porgo la mente all’eternità / dove la Poesia mi rende puro.”

Alessandro Di Tommaso