<< Articolo precedente

Mentre a Gallarate è ancora aperta, al museo degli Studi Patri, una mostra sull’Armenia e la sua gente (per chi può la consiglio), si è riaperta la polemica sul genocidio turco ai danni di quel popolo. Suha Bacanakgil (non è uno sciolingua: è un addetto dell’ufficio stampa dell’ambasciata turca a Roma) ha duramente risposto al vicedirettore di Libero Renato Farina, autore di un pezzo in cui chiedeva che Ankara riconoscesse le passate responsabilità turche verso gli Armeni. Bacanakgil respinge ogni accusa verso il proprio paese, e chiede che si formi un “comitato” di studiosi di nazioni diverse che dimostri la verità. Farina risponde che già molti storici hanno studiato la questione, giungendo alla conclusione che di genocidio si è trattato, che un comitato che inizi i lavori con una tesi già in testa è pressoché inutile, e chiede un pentimento turco. Ecco un altro caso di memoria storica contestata, di storia che diventa oggetto di polemiche odierne, addirittura di carattere internazionale. Ma si tratta di un caso che merita attenzione perché riguarda uno dei maggiori drammi del ‘900: i genocidi. È meglio intendersi: da millenni interi popoli vengono distrutti da scontri con altri popoli. Pensiamo a casi celebri, come gli Etruschi e Cartaginesi, civiltà di cui conosciamo ben poco perché completamente annientate da Roma. Ma nella nostra epoca molte cose sono cambiate. I mezzi di comunicazione moderni ci consento di avere notizie e testimonianze dirette di questi drammi. La sensibilità occidentale è mutata, preda del senso di colpa per il nostro passato colonialista: spesso ci riteniamo responsabili di mali che non abbiamo causato. Per ultima ragione, la storia è diventata strumento della politica, e i grandi drammi sono altrettante clave da maneggiare contro l’avversario. Gli antiamericani ci ricordano spesso lo “sterminio” degli Indiani (senza spiegare perché all’ultimo censimento, solo negli USA risiedono oltre 4 milioni di “nativi”); nessuno però racconta la storia degli “Indiani” siberiani (già, i “nativi” vengono dalla Russia) dopo il 1917. La Germania non ha ancora terminato di pagare il proprio debito per l’Olocausto, ma paesi vincitori della guerra come Francia e Russia non hanno mai iniziato a saldare il loro per Dreyfuss e i pogrom. I Cinesi chiedono conto al Giappone per la condotta dell’esercito imperiale in Manciuria e Milosevic è ancora alla sbarra per svariati crimini internazionali.
Sono esempi molto diversi fra loro, ma mostrano come il culto della memoria si sia piegato a forze e interessi di più bassa lega. Il rispetto umano che si deve per certi drammi non può assumere pesi e misure diversi a seconda dell’abilità dei pubblicitari della tragedia. Le richieste di perdono e le fustigazioni sul proscenio internazionale sono gesti dovuti ai morti e ai vivi che li ricordano, ma non possono diventare carte sul tavolo di trattative politiche. Preferirei che il governo turco fosse meno suscettibile nel trattare con un popolo vicino che ha perso un milione e mezzo di antenati in pochi anni. Ma gli faciliteremmo il compito se un sincero rammarico per fatti di 90 anni fa non fosse l’unico viatico per l’ingresso, oggi, nel terribile paradiso europeo.

Carlo Bonomi