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Sto leggendo un libro, o meglio sto studiando per un esame un testo di Alberto Papuzzi, “Professione Giornalista”. Bello, interessante e ricco di esempi che non solo ti aiutano ad apprendere i segreti che si celano dietro al giornalismo, ma anche che ti incuriosiscono, che ti aprono gli occhi davanti al mondo, che ti mette addosso la voglia di fare di più, di applicare tutte le tue conoscenze per arrivare dove arrivano i tuoi sogni: scrivere. Un capitolo sulle notizie e le immagini. Una foto descritta che ha fatto il giro del mondo per la sua tragicità. Una frase di Adriano Sofri ha attirato la mia attenzione: “questa fotografia è l'immagine reale più vicina all'Urlo di Munch”. La rileggo più volte. Un'immagine, o meglio una foto,che si avvicina alla disperazione di un quadro. Quasi un paradosso, ma mi ha lasciato senza fiato questo confronto. E allora decido di dedicarmi a Munch. Studiarlo a scuola ha significato per me innamorarmi del mistero che si cela dietro ogni sua tela. Studiarlo anche dopo significa ancora oggi per me portarmi sempre dietro quegli interrogativi che rimarranno sempre tali nei confronti dell'artista dell'anima, di un uomo che affida al disegno e al colore le sue ossessioni e le sue intricate fantasie. Ma quali sono le sue ossessioni? Possiamo solo dedurle, ma come dicevo prima, rimarranno sempre degli interrogativi.

Munch, uno dei protagonisti assoluti del Novecento, profeta indiscusso dell'angoscia esistenziale, delle paure e dei tormenti interiori dell'uomo moderno fa parlare i suoi quadri. I colori sulle tele sembra vogliano esplodere, uscire dai confini imposti, le linee nervose e quei profili di uomini e donne dagli occhi grandi e scavati non hanno bisogno di interpretazioni fantasiose per essere capiti. Egli è pittore dell'amore, della gelosia, della morte e della tristezza. Temi contraddittori tra loro, ma che si compensano. I personaggi stessi delle sue tele sembra vogliano uscire anch'essi dal quadro e il segno, partendo dal contorno delle figure, ne prolunga e dilata l'alone psichico.Munch “parla” di donne e di amore, di grida e malattie. Tutto con la stessa angoscia e la stessa paura.

Edvard Munch può essere considerato il profeta di una nuova età dell'ansia che impregna ogni aspetto del vivere quotidiano. Influenzato dalla cultura nordica di quegli anni, oppone agli aspetti oggettivi del mondo gli ossessionanti fantasmi che costellano la sua complessa intimità. Con la sua pittura potente, edificata sull'equilibrio incerto della sua inquietudine psicologica, indaga più l'anima che la realtà. Per primo l'artista superò le conquiste del naturalismo e trasformò la natura in psicologia, in realismo simbolico. Il costante uso di linee ondulate e sinuose, i colori infuocati o smorzati all'improvviso da colori cupi, la presenza ininterrotta della violenza, solo sottintesa o dolorosamente diretta e raccapricciante, sono il suo modo di dare voce a un senso sempre più crescente di angoscia. I suoi temi cruciali: la solitudine, la malinconia, l'angoscia, la disperazione, la gelosia, l'amore, la vita e la morte.

Munch nel 1889 scrive nel suo diario: « Non si possono ritrarre eternamente donne che lavorano a maglia e uomini intenti alla lettura; voglio rappresentare essere che respirano, provano sentimenti, amano e soffrono. Lo spettatore deve prendere coscienza di ciò che di sacro vi è in loro per poi scoprirsi il capo davanti ad essi come fosse in chiesa». Le tele di Munch sono popolate da spettri della mente, fantasmi dell'anima, inquietanti presenze dai volti simili a teschi che in una immobilità grafica ci fissano ora da desolanti interni claustrofobici, ora da paesaggi nei quali cieli infuocati si tingono di rosso sangue o di violetti lividi e-luttuosi. Foto di denuncia, di realtà tragica. È così che posso trovare, magari sbagliando, un rapporto stretto e purtroppo vero, tra lo spirito della pittura di Munch e le immagini che giornalisti e fotoreporter caricano di simbolismo e umanità, anche quelle più drammatiche. Foto evocative, che dovrebbero essere sempre “vere” e mai manipolate. Immagini che oggi si spingono troppo vicini i limiti dell'accettazione; ma per fare spettacolo e scalpore si fa questo ed altro. Perché ormai nulla più ci spaventa. Foto che già per essere foto non sono realtà. Dipingono la realtà e la si crea così come si vuole che sia. Così come le tele. Ed è per questo che l'esempio di un'immagine fotografica possa essere confrontata con un'opera d'arte. L'opera d'arte però in questo caso giunge alla “perfezione della disperazione”. La fotografia, che non è realtà, si avvicina alla realtà di un quadro che realtà totale non è.

Elisa Cataldi