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Eccovi l'ultima puntata de "Le meravigliose avventure di Laura nel paese degli scandinavi". si, è l'ultima puntata perché il progetto Erasmus è per me agli sgoccioli, purtroppo. Per questo, molto probabilmente, vi sorbirete un articolo strappalacrime su quanto sia triste salutare i nuovi-vecchi-grandi amici che tornano a casa, con l'angoscia di non poterli più rivedere ma con l'orgoglio di essere riuscuta a spendere questi mesi con le persone giuste.
Intanto ho prolungato di qualche giorno la mia permanenza qui, così ho già salutato quasi tutti, e con tutta probabilità sarò una delle ultime a partire: una buona occasione per guardare la Svezia senza lo zucchero aggiunto di una buona compagnia.
Tirando le somme il progetto Erasmus è tutt'altro che un progetto di studio all'estero: all'estero ci sono, ma faccio fatica a collegare il succo di questa esperienza allo studio. Non perché non si debba studiare, non fraintendetemi, ma lo studio è esattamente lo stesso, che sia in Italia o in Svezia.
L'Erasmus è un progetto offerto e finanziato dall'Unione Europea e rispecchia fortemente il più esteso progetto di integrazione tra gli stati europei: il senso è di far incontrare giovani di diverse nazionalità (e non importa che queste siano necessariamente europee), di farli studiare, giocare e vivere assieme, perché non sia più strano alle loro orecchie che c'è qualcuno che non mangia pasta tutti i giorni (e se lo fa ci mette il ketchup) o che consuma due litri di Coca-Cola al giorno e pasteggia con milk-shakes. Ora, se vi capita di vivere tutti i giorni, per cinque mesi, con personaggi del genere non dovete spaventarvi e pensare che "integrazione" significhi mangiare pasta e ketchup con un bicchiere di coca-cola mentre sorseggiate mik-shake per cinque mesi, sperando che l'incubo finisca presto. Tutti sappiamo bene che il primo personaggio, blasfemo, distrugge giornalmente una delle cose più buone al mondo, e che il secondo dovrà per forza di cose cambiare la sua alimentazione se vuole sopravvivere. Eppure tutti finirete per adorarli e chiedervi per quale disgraziato motivo non abitate nello stesso condominio, visto che tra la vostra vita e la loro non c'è alcuna differenza sostanziale: si parla di politica come se lo si stesse facendo con un italiano (visto che i politici sono uguali dappertutto), si parla di arte come se si stesse parlando con un compagno di classe (anche se i sistemi educativi sono decisamente differenti e, orrore, alcuni di loro non studiano filosofia, come, orrore, noi non studiamo musica), si parla di affetti e famiglia come se ci si stesse confidando con l'amico che è cresciuto con noi, si scherza, gioca e ride come con un fratello.
Un progetto così articolato, che coinvolge centinaia di università nel mondo, sparse per tutti i continenti che ogni anno si incontrano in una terra franca, dove tutti devono affrontare la vita in un paese diverso, parlando lingue diverse dalla propria, lontani dalla confortevole realtà domestica (dalla quale a volte alcuni sperano di potersene allontanare per la prospettiva di un lavoro e una vita migliore), ha una pretesa piuttosto ardua: l'integrazione tra popoli è complessa già se ristretta a una trentina di stati che ancora fanno fatica a collaborare, sembra impossibile se si pensa a diversi continenti. Eppure l'educazione alla tolleranza sembra la via migliore, nella prospettiva di nuove generazioni di individui sempre meno impauriti dalla diversità.