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Morgan Spurlock è un nome che si è fatto sentire in questi giorni per essere uno dei più stravaganti registi del momento. L'anno scorso usciva il suo ultimo film-denuncia che sta per uscire anche in Italia. Il film, che ha partecipato agli Oscar senza però vincerne alcuno, è una sorta di documento, in stile Michael Moore, sui disastri che una vita passata a nutrirsi in fast-food comporta. ”Super size me” è un documento di denuncia contro il proliferare di ristoranti che propongono diete totalmente insane e, a grandi dosi, pericolose. Studi recenti dimostrano che in America, il regno dei fast-food, ogni giorno un cittadino su quattro si nutre di hamburger e patatine fritte che Mc Donalds' o qualche suo fratello gli propone. Non è erto una denuncia originale, Mc Donalds' ha già dovuto pagare molti soldi ai cittadini americani in passato, ma il modo in cui Morgan Spurlock ha deciso di proporre questo argomento è piuttosto anticonvenzionale: il regista, pazzo!, ha infatti deciso di fare di sé stesso una cavia costringendosi, ogni singolo giorno della sua vita, per 30 giorni, a nutrirsi di prodotti da fast-food. Ad oggi il regista ha recuperato ogni singolo atomo di salute, perso facilmente in 30 giorni di tour de force, lavorando sodo per il resto dell'anno!

Nonostante il fatto che questa stramba idea sia degna di rispetto solo per il coraggio che comporta, il punto è che non può essere promossa una denuncia al governo americano per le abitudini alimentari dei suoi cittadini. Lo stesso Michael Moore, denunciando l'estrema facilità con cui un americano può procurarsi (e utilizzare quindi) un'arma, ha perso di vista il fatto che la fonte principale di ogni abitudine non è la legge.

Tuttalpiù la legge può amplificare un evento rendendolo legale o assopire un'abitudine vietandola, ma è decisamente impossibile che, se il governo mai decidesse di imporre tasse più alte all'esercizio di un'attività ristorativa “dannosa per la salute”, o sottoponesse a licenza il possesso di armi, queste due insane abitudini americane (e per quanto riguarda la prima, purtroppo, anche europea) possano scomparire: prima che una legislazione cambi, le abitudini devono cambiare. Certo è che, seppur non con una legge, ma con un buon programma educativo di promozione di uno stile di vita più sano, è necessario che un buon governo si occupi anche delle abitudini alimentari dei suoi cittadini: anche in Italia l'obesità è sempre più frequente, soprattutto e in modo preoccupante tra i bambini. Questo, oltre che essere spiacevole, è estremamente costoso in termini di economia sociale. L'obesità o le difficoltà cardiache che una tremenda alimentazione comporta si traducono in un costo sanitario piuttosto alto, e in Italia più che in America questo si fa problematico, considerando che il nostra sistema sociale è decisamente più oberato di lavoro e nello stesso tempo drammaticamente inefficiente!

Una delle critiche più accese alla denuncia del regista americano è quella promossa dal segretario dell'Aduc (l'Associazione italiana di consumatori) Primo Mastrantoni che, in “difesa” dei fast-food, si chiede come mai abbiamo bisogno <<che lo Stato ci dica anche quale maglietta dobbiamo indossare la mattina>>: è piuttosto incerto dove stia il limite oltre il quale l'intervento dello stato diventa eccessivo paternalismo, invece che necessario coinvolgimento.

Mi viene in mente una discussione con amici a riguardo del motivo per cui accettiamo che lo Stato ci imponga l'uso delle cinture di sicurezza, o ci imponga di non fumare in ambienti chiusi. È forse pretenziosa la connessione tra questi argomenti, ma una cosa in comune è facile notarla: lo Stato impone abitudini, restringendo in qualche modo la nostra libertà di organizzare e scegliere lo stile di vita che vogliamo. Come dicevo, la linea di demarcazione tra eccessivo interesse nei “nostri affari” e giusta preoccupazione per le casse dello stato in termini di spesa sanitaria e sociale è difficile da individuare soprattutto per chi le leggi le fa, eppure continuo a pensare che sia nell'interesse della società intera che qualche attività di promozione venga intrapresa anche ai fini di educare le nuove generazioni ad uno stile di vita “sano”: non per questo la critica di Morgan Spurlock al governo americano è totalmente difendibile, la scelta ultima rimane al cittadino, e fino a che le proprie scelte non danneggiano la vita di chi non le condivide (come quando un non fumatore si trova costretto a respirare il fumo dell'accanito tabagista seduto accanto a lui nel ristorante di turno), lo stato deve solo preoccuparsi di consigliare…