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Non c'è dubbio si tratti della più evidente differenza tra la nostra società contemporanea e quella romana: la schiavitù. Gli schiavi erano così numerosi che si è portati a pensare che l'Impero non sarebbe mai nato senza di loro. E non si è molto lontani dal vero. Gli schiavi si occuavano di tutto, potevano svolgere qualsiasi tipo di attività (salvo quelle politiche, si capisce). Karl-Wilhelm Weeber, descrivendo la giornata tipo di un comune abitante dell'Urbe, ha evidenziato come questi, in ogni momento, avrebbe potuto incontrare ed avere a che fare con uno schiavo: dalla spesa al mercato, al giro al barbiere o alle terme, o alle attività lavorative. Non c'era modo per distinguerli da un libero cittadino: non portavano infatti abiti particolari, e non immaginateveli vestiti da straccioni. Specie quando avevano incarichi "manageriali", i padroni volevano vestissero bene. Solo la toga, lo storico abito del cittadino romano, era loro proibita. Ma i Romani che la indossavano abitualmente erano pochissimi: troppo scomoda, sia da portare che da indossare (operazione che richiedeva l'aiuto di qualcuno, spesso proprio schiavi). Ormai la toga era adibita alle occasioni più che ufficiali. Spesso agli schiavi venivano affidati anche incarichi di responsabilità. Questo non significa che a Roma fosse piacevole quella che in assoluto è la peggior condizione umana. Non è un caso se la pubblica autorità, anche in epoca imperiale (considerata più tollerante verso gli schiavi rispetto a quella tardo-repubblicana) emetteva periodicamente "decreti" per intimare i padroni a comportamenti umani verso i propri schiavi. Nonostante questi potessero svolgere molte attività lavorative, con anche prospettive di "carriera", erano soggetti a tutte le vessazioni che in ogni epoca affligono i non-liberi. Erano merci, paragonabili a un aratro o a un vaso; potevano essere comprati o venduti al mercato: uno dei momenti più umilianti, con cartellini che penzolavano dal collo per indicare qualità e difetti del soggetto. Potevano subire dure punizioni corporali, perchè erano esposti agli umori del padrone e la legge non li riconosceva come "soggetti giuridici". Insomma, anche Roma era afflitta dai mali della schiavitù. Gli schiavi campagnoli erano in condizioni decisamente più svantaggiose rispetto ai cittadini. Vivevano lontani dal padrone, sotto il controllo di un capo locale che era lui stesso schiavo: un disgraziato che comanda tanti disgraziati, vi lascio immaginare il sadismo... Svolgevano lavori duri (contadini o, peggio, minatori) con orari non controllabili. Columella vanta le lodi dei campagnoli, descrivendo i cittadini come: "schiavi spensierati e scaltri, abituati a ozio, campi sportivi, circo, teatro, dadi, osterie e bordelli...": qui si esagera, ma è vero che la città offriva diversivi che in campagna mancavano. Non è affatto un caso che le rivolte, eseguite o anche solo pensate, di cui abbiamo notizia abbiano avuto come teatro regioni rurali (Sicilia o Calabria, ad esempio). In queste occasioni i cittadini non si mossero minimamente: avrebbero rischiato la pelle, ma avevano più da perdere. Avevano però da guadagnare la libertà? Si, è così. Ma dobbiamo ricordare che la schiavitù era un' istitutuzione largamente diffusa, e quindi in un certo modo accettata. Le ribellioni di cui abbiamo notizia non sono molte, e la maggior parte concentrata negli ultimi anni della Repubblica: come già detto, un periodo "poco tollerante". Anche autori più sensibili, come Seneca o Plinio il Giovane, non proposero l'eliminazione della "peculiare istituzione". Era un dato accettato: forse spiacevole, ma accettato. Ma non odiamo, o anche solo biasimiamo, i Romani per questo: rallegriamoci solo che in molti secoli l'uomo si sia evoluto fino a considerare la schiavitù inaccettabile. E poi pensiamo a qualche terribile storia di ragazze dell'Est: il male non è vinto del tutto.