| << Articolo precedente |
![]()
Onestamente non so chi abbia vinto la gara: chi, tra i nostri bei faccioni televisivi, sia riuscito ad annunciare per primo la morte del Papa. Io ho visto un messaggio in sovrimpressione che, scorrendo, informava consigliando di collegarsi al tal canale per saperne di più. Di più cosa? Quali altre notizie si dovevano aggiungere dopo un giorno di dirette televisive. La si potrebbe chiamare “la morte in diretta”, parafrasando (con irritazione, più che con sarcasmo) la Rai. Il dolore, la sofferenza e infine il trapasso vissuti attimo dopo attimo. Non si tratta però di colpevolizzare giornalisti, opinionisti e simili. Era inevitabile che la morte di Giovanni Paolo II diventasse un evento mediatico straordinario. Prima di tutto, per la notorietà e l'importanza del personaggio. Qualunque sia il giudizio sul suo pontificato, o il proprio rapporto con la spiritualità, non c'è dubbio che si tratti di un “grande” del Novecento: il suo un passaggio è stato indelebile.
In secondo luogo, perché il Papa stesso è stato un leader mediatico come pochi. Viene in mente una recente, e ben riuscita, campagna pubblicitaria, dove ci si rammarica che Gandhi non abbia potuto usufruire di mezzi di comunicazione moderni. Per Giovanni Paolo non ci sarà questo rammarico. La capacità di comunicare col mondo è stato uno dei punti di forza del suo pontificato. Ne aveva a disposizione i mezzi, e li ha utilizzati: il suo messaggio è stato (o ha voluto essere) davvero globale, superando i confini della cristianità. Ha avviato dialoghi “interreligiosi” come mai era accaduto nella storia della Chiesa. L'utilizzo degli strumenti della moderna comunicazione gli ha consentito di guadagnare stima e ammirazione così notevoli che anche molti non cattolici lo rispettavano profondamente. Un'ammirazione così grande che qualcuno ha rispolverato l'espressione “culto della personalità”; la eviterei, perché ci rimanda ad altri “grandi” del Novecento: ma la grandezza non è un giudizio di merito, ed è meglio lasciare quei ricordi alla Storia.
Il grande evento mediatico ha anche una terza ragione, che sta nel nostro rapporto con la morte. Tra i principi che caratterizzano la civiltà occidentale vi è un profondissimo amore per la vita. È il dono più grande, l'occasione unica e irripetibile di essere uomini fra uomini, per molti è “l'esame d'accesso” all'Altra vita. Questo amore è tra le basi dei nostri ordinamenti e dei diritti che oggi ci regolano, è tra le basi della nostra mentalità scientifica, che indaga sulla vita stessa per poterla prolungare. Insomma, questo amore è complessivamente un bene. Ma l'amore non ci accechi: non dimentichiamo che, della vita, la morte è l'unico evento certo. Ciò non significa che la morte non sia dolore, per chi va e per chi resta; proprio il nostro amore per la vita ci impedisce (o ci dovrebbe impedire) di gioire per qualunque morte. Ma in questo caso, al dolore e alla sofferenza (e anche alla paura), che sono sintomi d'amore per la vita, non dovremmo accostare l'odio e l'incapacità di accettare quell'evento che, fra tutti quelli della vita che amiamo, è il meno eccezionale. Questo dovrebbe valere a maggior ragione per chi, del Dopo, ha un'idea, anche solo vaga. Io, di fronte al Dopo, con imbarazzo e sconforto allargo le braccia.
In tutto questo, voglio chiudere salutando il Papa. Sono tra quelli che, pur non membri del suo gregge, hanno nutrito rispetto e una certa ammirazione per lui: per il coraggio e la forza della sua volontà. Crescevo, i volti e nomi dei “grandi” potenti cambiavano, il suo no. Sarei ipocrita se gli augurassi “buon viaggio”, perché, come detto, non conosco un possibile approdo. Forse è meglio un semplice “ciao”.