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In origine ogni
essere umano era un tutto pieno composto da quattro gambe, quattro
braccia, due volti uguali e due sessi. A seconda dei due sessi di
cui ciascun essere originario era provvisto, l’umanità
era divisa in tre specie: doppio uomo, doppia donna e androgino. Posto
che Zeus, infuriato per l’arroganza di tali esseri, decise di
punirli tagliandoli in due, ciascuno di essi, dimezzato, oggi vaga
senza pace alla ricerca della propria metà. Coloro che discendono
dagli esseri che avevano due sessi maschili o femminili sono omosessuali,
coloro invece che discendono dall’androgino sono eterosessuali.
Gli uomini omosessuali sono i migliori: più forti e virili
per natura, amano ciò che è loro simile, e sono gli
unici degni di dedicarsi con successo alle attività pubbliche.
Attenzione, però, perché lo stesso discorso non vale
per le donne che amano le donne: esse sogliono essere chiamate “tribadi”,
ossia donne selvagge, pericolose, e sessualmente insaziabili.
Questo è il ben noto mito di Platone sull’origine dei
sessi. Ma ciò che Aristofane racconta nel Simposio non è
soltanto una tesi per spiegare come nacque l’amore, è
anche -e soprattutto- la teorizzazione della superiorità dell’amore
fra uomini su quello eterosessuale.
Questa è la prima grande verità sulla civiltà
greca: soltanto l’amore omosessuale era vero amore, l’amore
con l’A maiuscola, quello che nobilita, che raffina, che dispensa
sofferenza e beatitudine con spietata indifferenza, che fa sprofondare
nelle buie tenebre per poi risollevare lo spirito fino al culmine
della più assoluta felicità. Il talamo nuziale, infatti,
non era quasi mai il luogo idoneo per il libero dispiegarsi dei sentimenti,
giacché se il matrimonio era un’istituzione connessa
con la posizione sociale, la proprietà e l’eredità,
molto meno lo era con l’amore. Dall’unione matrimoniale
poteva nascere tutt’al più un tenero affetto, magari
alimentato da lunghi anni di convivenza e condivisione.
Le origini dell’omosessualità sono da ricercare in un
passato assai remoto, in un’epoca in cui la società greca
era ancora strutturata in modelli di convivenza di tipo tribale. Inizialmente
l’omosessualità era di tipo iniziatico, vale a dire un
rito di passaggio superato il quale i giovani della comunità
diventavano membri della classe di età superiore: tale rito
consisteva in un periodo di segregazione lontano dalla comunità,
nel quale i ragazzi apprendevano le virtù che avrebbero fatto
di loro degli uomini, vivendo a stretto contatto con un adulto, che
era al tempo stesso educatore e amante.
Passiamo ora all’età classica. L’omosessualità,
al tempo delle polis, era un’istituzione cittadina avente una
precisa funzione pedagogica. Un uomo adulto -erastes- instaurava un
rapporto di tipo spirituale, intellettuale ed anche, certamente, erotico,
con un fanciullo -pais-: l’erastes introduceva il pais nel mondo
della politica, della socialità, dei simposi, insegnandogli
a godere nel giusto modo dei piaceri della vita così come ad
ottemperare ai doveri dell’onesto cittadino. Ed ecco emergere
con chiarezza un’altra importantissima verità: l’omosessualità
greca, in realtà, era pederastia.
Gli uomini greci adulti passavano gran parte del loro tempo nelle
palestre per ammirare e corteggiare i giovinetti che si esibivano,
nella loro plastica nudità, negli esercizi ginnici. L’ideale
della bellezza e della perfezione per i Greci era legato in particolare
alla beltà del giovane maschio nudo; ciò che essi rifuggivano
e temevano più d’ogni altra cosa erano gli orridi, terrificanti
peli: quando spuntavano il ragazzo corteggiato fino ad allora perdeva
di colpo il suo fascino e non era più desiderabile.
In base alla morale ellenica la pederastia non era male in sé
e per sé; lo dimostra il fatto che ad Atene non esisteva una
legge che punisse i pederasti. Il diritto ateniese si preoccupò
soltanto che la vita dei fanciulli si svolgesse in modo tale da ridurre
al minimo le probabilità che essi intrattenessero rapporti
omosessuali diseducativi. L’amore fra uomini era male soltanto
quando era volgare, quando ci si lasciava trasportare dalle pulsioni
più brutali, non sapendo porre freno al proprio istinto. Quando
l’amore era ispirato a nobili sentimenti, invece, era bello.
La garanzia della bontà dell’amore era il rispetto di
regole comportamentali rigidamente fissate in un codice sociale che,
se non rispettato, portava alla perdita dell’onore e alla riprovazione
sociale. Il corteggiamento era infatti regolato da un imprescindibile
galateo: il pais reagiva alle avances dell’erastes dapprima
con fierezza e sdegno, rifiutando le profferte dell’amante.
Essere corteggiato per la propria venustà, d’altro canto,
era per il pais motivo di grande orgoglio. Cedere non comportava la
perdita dell’onore, a patto che ciò avvenisse al momento
giusto. Se un giovinetto resisteva più del dovuto, era solo
per aumentare il patos al momento della resa.
I giovani greci, dunque, dapprima intrecciavano relazioni erotiche
con uomini adulti nelle quali avevano un ruolo solo passivo. Superato
questo primo periodo, e l’età di mezzo -in cui non potevano
essere buoni amanti perché considerati ancora immaturi-, a
venticinque anni, circa, essi dovevano assumere il ruolo di partner
sessuale attivo prima nei confronti dei fanciulli, infine nei confronti
delle donne, all’interno del matrimonio. Da questo momento in
poi la regola della loro vita sarebbe stata l’eterosessualità,
e i rapporti con i paides avrebbero potuto rappresentare tutt’al
più un occasionale variante?