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Sarà per
scaramanzia, o per connaturato pessimismo, ma dopo i risultati delle
elezioni in Irak preferisco tenere toni sobri. Intendiamoci però:
sono molto contento per come sono andate le cose domenica 30 gennaio.
I toni sobri servono solo a ricordarmi che è stato compiuto
il primo passo verso la normalizzazione (democratica) del paese: ma
la strada richiederà molti altri passi.
Intanto ammetto di essere rimasto sorpreso dell’esito: temevo
che il ricatto della violenza avesse la meglio. È il ricatto
più subdolo, e quindi più efficace, che si possa esercitare
su una comunità: ricordate quel che accadde dopo l’attentato
di Madrid? Il governo Zapatero, che aveva ottenuto un’inaspettata
spinta elettorale da quell’orrido macello (una spinta dettata
dalla paura), realizzò in breve la promessa elettorale del
ritiro delle truppe nonostante fosse proprio quello l’intento
degli assassini. Criticai al tempo quella scelta, perché la
ritenevo (e ritengo tutt’ora) un cedimento di fronte a minacce
di un potere omicida che lo stato di diritto non può legittimare.
Aggiungo anche che le politiche spagnole, e non le presidenziali americane,
sono state un esempio di “elezioni condizionate dalla paura”.
Gli Iracheni hanno dato una bella lezione di coraggio, da cui il terrorismo
non esce di certo sconfitto (guai se lo pensassimo), ma almeno indebolito.
Indebolito perché il giochino ricattatorio ha fallito l’obiettivo:
provocare una larga astensione che dimostrasse quanto agli Iracheni,
dei procedimenti democratici che gli Americani vogliono instaurare
nel paese, non interessi nulla. Sarà stata l’eccitazione
della prima volta, ma l’interesse c’è, come si
è visto. È strano che tanti commentatori e intellettuali,
solitamente campioni di democrazia e diritti, non comprendano la sensazione
che si prova nel determinare, con il proprio voto, la natura del governo.
Gli Iracheni non lo avevano mai fatto: come poteva avere successo
un’iniziativa così nuova e improvvisa? È infatti
noto a tutto il mondo come i Francesi fossero avvezzi, prima della
Rivoluzione, a recarsi alle urne tre o quattro volte l’anno.
Qualcuno, incurante del ridicolo, è arrivato a sostenere che
gli Iracheni avrebbero dato una lezione di democrazia agli USA, dove
solitamente l’astensionismo è un tratto dominante. Addirittura!
Altro che toni trionfalistici! Le ulcere dell’antiamericanismo
possono creare seri annebbiamenti della ragione. E possono far dimenticare
dei dati di facile reperibilità. Come ad esempio i tassi d’astensionismo
che hanno afflitto, lo scorso giugno, le elezioni per il Parlamento
europeo. Dobbiamo forse ritenere quelle votazioni una “farsa”?
E, per restare in tema, è il caso di ricordare l’affluenza
al voto nelle ultime presidenziali americane? Forse no, visto che
vigeva l’equazione “alta affluenza=sconfitta dell’idiota
George”. È andata diversamente, forse perché anche
quella fu una “farsa”. Evidentemente solo il Vecchio Continente
si intende di elezioni, come la storia ben dimostra.
Ma torniamo agli Iracheni, che sono stati migliore di tanti sapienti.
Ripeto, è solo un passo, il primo. Però è stato
un buon passo, e dimostra che c’è la voglia di percorrere
una lunga strada. Complimenti e auguri.