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Ogni cosa è pronta: gli scaffali della libreria sono completamente vuoti -ogni libro è stato accuratamente separato e riposto in appositi bauli-, ogni anfratto della casa è stato sgombrato, liberato, il bagno risplende.
La valigia di Marta si erge imponente nel corridoio d’entrata, quella di Irene, invece, giace ricolma di vestiti ma ancora aperta al centro del letto. L’appartamento è così freddo e spoglio, ora che il sole del meriggio estivo inonda di luce ogni angolo, fino a poco prima gremito di segni tangibili della loro presenza. Marta si lascia cadere mollemente sul divano: è stanca, ha le membra dolenti e intirizzite a forza di spostare e sollevare pacchi, rassettare, ripulire…chiude gli occhi. Dalla camera da letto le arriva la voce sottile e melodiosa di Irene che riordina le ultime cose canticchiando. Non riesce a capire cosa stia cantando, ma accanto al piacere che sempre le dà il suono della sua voce, ora c’è un briciolo d’irritazione: come può cantare in un momento come questo?!
Apre bruscamente gli occhi e posa lo sguardo distratto sul tavolo del soggiorno, ornato soltanto dal vecchio vaso di vetro blu, trovato tempo prima in fondo ad un cassetto pieno di cianfrusaglie e polvere. Irene l’aveva esaminato con aria interrogativa, poi un baluginio improvviso aveva illuminato i suoi enormi occhi grigi. “Aspettami. Torno subito”. Poi era sparita chiudendosi la porta alle spalle, per ricomparire solo una decina di minuti più tardi, con un sorriso trionfante, nascondendo qualcosa dietro alla schiena: un mazzo di fiori freschi -iris e gerbere.
Marta ricorda quell’immagine con incredibile chiarezza e nitore: le gote arrossate dalla corsa appena fatta, un’espressione da bambina maliziosa sul viso, ed i fiori tra le mani a completare lo splendido quadro. Avevano sistemato il mazzo nel vaso, al centro del tavolo. Irene si era guardata intorno con visibile soddisfazione: “Non ti sembra tutto meraviglioso?!” …già, meraviglioso…
Marta si alza di scatto dal divano per affacciarsi al piccolo balcone situato sul lato est, da cui si può vedere il mare. Ed ecco che già ritorna col pensiero a tutte le volte che lei ed Irene hanno raccolto in fretta i libri per andare a studiare in riva al mare -“contesto molto più poetico, devi ammetterlo..”-, ma una volta giunte sulla spiaggia i libri sono rimasti sempre chiusi…troppe sono le cose nel mondo capaci di distrarle dai loro doveri…è un turbinio incessante di luci e colori, profumi e sogni, e poi il rumore continuo del mare…meglio aprire un libro di poesia!
“Irene! -grida Marta all’amica in un guizzo improvviso- “Ti va se andiamo al mare? Dai! Facciamo un ultimo bagno prima della partenza!” La sua voce, però, riecheggia esitante e fosca.


Tamara De Lempicka, Il turbante verde, 1930

La spiaggia è assai brutta: fatta soltanto di grossi ciottoli, senza nemmeno un granello di sabbia, con un’acqua dal colore ben poco rassicurante…ma è la più vicina, ed è libera, così possono ancora sperare -anche se è domenica ed il caldo torrido costringe chi non è ancora partito per le vacanze a riversarsi sulle spiagge per trovare un po’ di sollievo- di trovare un posticino dove stendere i propri asciugamani in direzione del sole.
Marta e Irene siedono una accanto all’altra, e restano così, in silenzio, mentre la spiaggia pullula di vita e di rumori. Proprio davanti a loro passa un signore anziano ed elegante che, arrotolati i pantaloni fin sopra le ginocchia, passeggia lentamente sul bagnasciuga. Incontrando il loro sguardo sorride loro togliendosi il cappello in segno di saluto, e loro ricambiano agitando una mano. Alla loro destra, invece, un gruppetto di bimbe vocianti saltella qua e là alla ricerca di preziosissime pietre colorate. Ognuna di loro ne possiede un piccolo gruzzolo che custodisce gelosamente. La bimba più piccola del gruppo segue di corsa le altre compagne come un cucciolo irrequieto e bisognoso d’approvazione. Di tanto in tanto si allontana per correre sola a setacciare un fazzoletto di spiaggia, poi torna a gran passi dalle altre amichette urlando: “Ehi! Guardate cosa ho trovato!”. Ma una bambina incredibilmente robusta e dai capelli nerissimi, esaminando sommariamente il reperto, scuote il capo severa ed eloquente: la pietra sottopostale non vale nulla –chissà poi qual è il metro di giudizio utilizzato per giungere a questa conclusione…-. La piccolina dapprima si imbroncia, ma poi decide di non abbattersi, e di proseguire nella ricerca, fiduciosa che presto o tardi il momento di gloria arriverà anche per lei. Marta e Irene osservano la scena divertite.
Nel flusso incessante degli eventi, ci sono momenti che rimangono scolpiti a lettere di fuoco nella memoria, impressi in modo indelebile, pensa Irene, consapevole di trovarsi di fronte ad uno di quei momenti. Pur non sapendo spiegare perché, è sicura che ricorderà per sempre questo giorno, questa spiaggia, i personaggi che la popolano, e loro due lì, sedute una accanto all’altra. Mentre è immersa in queste riflessioni appoggia il capo sulla spalla di Marta, che senza distogliere lo sguardo dall’orizzonte più remoto, cinge l’amica in un abbraccio materno, rassicurante.
“Fermiamo quest’attimo, ti prego, Irene…”, dice Marta con un filo di voce, pronunciando queste parole con la lucida disperazione di chi, consapevole della realtà, la sfida ugualmente -e vanamente- ben certo che perderà. Irene sorride d’un sorriso malfermo; Marta vorrebbe parlarle, spiegarle che ha paura -eppure la voce non esce-…paura del futuro.
Poi la suoneria di un cellulare irrompe prepotentemente fra loro, destandole dal torpore. Irene agguanta veloce la sua borsa ed inizia a frugare –la melodia l’avverte che si tratta di Nicola- finché non afferra la presa e risponde per tempo: “Pronto. Ciao…come stai?”
Marta volge lo sguardo verso l’amica che ora parla al telefono assorta, dandole le spalle. Sente che è ormai proiettata in un mondo ‘altro’ rispetto al loro. La vede a bordo della nave che salpa verso la Corsica, accanto a Nicola, con quell’espressione sempre un poco triste, lo sguardo fisso, i capelli chiari spettinati dal vento; poi è sempre più lontana, sempre più sfocata, fino a diventare nient’ altro che una figurina minuscola avvolta nella coltre brumosa della sua immaginazione.