| << Articolo precedente |
![]()
I
personaggi che gli Studi Patri ci propongono non risparmiano riflessioni
a chi li vuole ascoltare, non lasciano indifferenti, e, come Massimo
Teodori quest’anno o Massimo Fini l’anno scorso, anche
Marcello Veneziani ha regalato agli attenti affezionati di questi
bellissimi incontri, molti spunti di riflessione. Ma non vorrei fare
il resoconto della serata: il celebre editorialista non si è
concentrato semplicemente sugli argomenti del suo nuovo libro, o di
televisione (visto il suo recente incarico come membro del consiglio
d’amministrazione della RAI), ma ha anche introdotto un argomento
che è da tempo il pallino fisso di chi “vuol bene”
all’Europa. Si, perché c’è chi ripone speranze
in questo grande progetto che è l’Unione Europea, chi
la reputa un esperimento destinato a fallire, chi addirittura pensa
sia dannosa, ma c’è anche chi prova affetto e partecipazione
per un progetto in cui non vogliamo vedere solo la risposta ad istanze
eco-politiche, ma anche un senso profondo di appartenenza. La riflessione
che Veneziani proponeva quella sera era proprio questa: un paese che
non riconosce le proprie origini e la propria identità non
può né incontrarsi, né scontrarsi con nessun’altra
cultura. La domanda è: che fine farà l’Europa,
che a volte nasconde altre volte rinnega il proprio passato?
Non abbiamo voluto arricchire la costituzione europea dando un giusto
rilievo alle nostre tradizioni, nascondendoci il fatto che il cristianesimo
è stato per secoli il collante che ha unito i cittadini europei,
nonché il substrato su cui le identità nazionali si
sono formate; ci dimentichiamo di essere portatori del valore della
democrazia, chiudendo gli occhi addirittura di fronte a quello che
succede a casa nostra, e non solo a quello che succede alle nostre
porte, lasciando che gli Stati Uniti agiscano, smontino e rimontino,
con la sola soddisfazione di poter dire che “avremmo potuto
fare meglio”.
Poi ci stupisce la Francia che approvi una legge che riduce il sentimento
religioso, ma più in generale il sentimento di appartenenza,
ad una semplice e sciocca ostentazione di simboli, sbandierando lo
stendardo del laicismo, che perde il suo significato di indipendenza
dalle autorità religiose, e diventa sintomo di una paura incondizionata
verso ogni forma di religione.
In questo clima che sarebbe da definire di smarrimento, emerge, di
nuovo vincitore, il popolo americano, che delle sue radici ha fatto
una leva di potere economico, politico, militare e sociale. In realtà
non importa se è un bene o un male che Bush abbia vinto di
nuovo le elezioni, perché il popolo americano avrebbe comunque
conservato il grande pregio di essere orgoglioso, anche degli errori
e della prepotenza delle amministrazioni che lo hanno servito. Già,
ho usato la parola servito, perché è quella che usano
loro, per indicare che tutti i Bush e tutti i componenti del Congresso
servono gli americani, e non governano, o legiferano, come qui in
Italia e in Europa.
Ora che è in atto una crisi d’identità generalizzata,
invece di aggrapparci al nostro passato e ai principi che ci guidano,
andiamo in controtendenza, e ci lasciamo trasportare dal disagio e
dalla ignavia, nella convinzione che sia peggio essere sbagliati che
non essere.
Anche quando ci troviamo di fronte a dover incontrare un cultura diversa
come quella mussulmana, o, peggio, quando dobbiamo fronteggiare un
movimento come quello del fondamentalismo islamico, non abbiamo punti
di forza su cui appoggiarci: come possiamo tollerare e integrare una
cultura diversa nella nostra, se non ce ne riconosciamo nessuna? La
tolleranza e l’integrazione sono ben diverse dal semplice non
prendere posizione: invece non scegliamo, non facciamo e non parliamo
mai, abbiamo da tempo relegato le nostre passioni alla sfera privata
e abbiamo svuotato la nostra vita pubblica del ruolo che aveva in
Europa sin dalle origini, ci siamo dimenticati di quello che i Greci
e i Romani ci hanno insegnato, e abbiamo trascurato la vita sociale,
lasciandola completamente nelle mani di chi ci governa… forse
dovremmo riprendercela e andare fieri anche degli errori che rischiamo
di fare, visto che solo chi fa, sbaglia.