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La
sala conferenze dell’Aloisianum non è certo stracolma
come lo fu al cospetto di Massimo Fini: ma ‘sta sera piove,
c’è un gran freddo, meglio il caminetto in salotto…
Non siamo comunque in quattro gatti, e la presenza di Mauro della
Porta Raffo, altro celebre “americanologo”, nobilita il
parterre che si appresta ascoltare, e poi a incalzare con molte domande,
Massimo Teodori, professore universitario (a Perugia), editorialista
di quotidiani nazionali e autore di una trilogia sul rapporto tra
l’Italia, l’Europa e gli USA. “Maledetti americani”
(2002), “Benedetti americani” (2003) e “L’Europa
non è l’America” (2004) sono i tre titoli della
saga. L’ultimo capitolo (che riguarda le relazioni e le differenze
tra i due cugini occidentali) è quello che Teodori dovrebbe
presentare in questo freddo giovedì, ma le domande del moderatore
Lorenzo Scandroglio prima, e quelle del pubblico poi, lo portano a
toccare molti temi di stretta attualità: dalla guerra al terrorismo,
al Medio Oriente senza Arafat, all’antiamericanismo.
Il Teodori conferenziere assomiglia molto al Teodori saggista: parla
e scrive con toni pacati, raramente cerca la battuta provocatoria;
ma ciò che dice e scrive non lascia indifferenti: e infatti
a metà conferenza noto lo sguardo agguerrito di alcuni spettatori,
pronti, appena Scandroglio apre il dibattito, a intervenire con voce
piccata.
Teodori spiega l’origine ideologica della politica americana
nel mondo sotto l’amministrazione Bush: ciò che oggi
conta sono i diritti umani e civili. Si sono completamente ribaltati
i presupposti su cui si fondò la politica internazionale al
termine della Seconda Guerra Mondiale, vale a dire quando nacquero
l’Onu e il bipolarismo globale; allora, proprio a causa delle
“sfere d’influenza”, occidentali e sovietiche, esisteva
il principio della “sovranità nazionale”: ciò
che avveniva all’interno di uno stato, specie se apparteneva
alla sfera nemica, non era affare che dovesse essere portato all’attenzione
internazionale. Per questo l’Occidente non intervenne in Ungheria
o in Cecoslovacchia. Le guerre “periferiche” che scoppiarono
durante la guerra fredda (come il Vietnam o l’Afghanistan) rientravano
in una logica differente da quella odierna: si cercava di evitare
che questi stati minori sfuggissero alla propria sfera.
Con la fine del comunismo il presupposto della sovranità nazionale
comincia a vacillare. La guerra con la Serbia di Milosevic, condotta
dall’amministrazione Clinton, rientra infatti nella nuova logica
che si viene a formare negli anni ’90: quella della difesa internazionale
dei diritti umani. Gli attentati alle Torri Gemelle, che segnano l’inizio
della guerra del terrorismo all’Occidente, inducono Bush e i
suoi collaboratori a perfezionare questa logica, facendone una “dottrina”.
I diritti umani e civili sono minacciati o soppressi in paesi guidati
da regimi autoritari o dittatoriali; la storia del Novecento dimostra
come questo genere di paesi siano la maggiore minaccia alla stabilità
internazionale; anche perché questi paesi, proprio in un’ottica
di destabilizzazione dell’ordine mondiale, sono fiancheggiatori,
o potenziali fiancheggiatori, del terrorismo. I celebri “stati
canaglia”. Ecco perché l’esportazione della democrazia
è ritenuta una ricetta vincente ai fini dell’equilibrio
pacifico internazionale.
Teodori non si dilunga molto sul tema di Arafat: ricorda però
le sue responsabilità nel mancato accordo di pace del 2000,
con il quale Clinton sperò di lasciare la Casa Bianca da trionfatore.
Trionfatore potrà essere George W. Bush se riuscirà
ad approfittare della scomparsa di Arafat per condurre nuove e vincenti
trattative di pace.
Il tempo stringe e l’ora sta diventando tarda, ma il pubblico
chiede un commento sull’antiamericanismo, cui Teodori ha dedicato
il primo capitolo della sua saga (“Maledetti americani”).
Poche battute, sufficienti però a spingere molti all’acquisto
del testo. In Italia, l’antiamericanismo ha origini trasversali:
è un fenomeno di destra, di sinistra e anche cattolico. Nasce
dal rifiuto che, pur con diverse spiegazioni, accomuna i figli di
Mussolini, di Marx e del Papa: un no secco alla “triade”
su cui si fonda la società americana: democrazia politica,
diritti individuali, economia di mercato. A questo rifiuto si aggiunga
l’ultimo ingradiente, il più umano di tutti: l’invidia
per i successi che quella triade ha procurato.
Per questa sera ci siamo garantiti il “pane dello spirito”:
ora il caminetto spetta anche a noi.