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Il capitolo iniziale del suo ultimo libro, che racconta dei vinti della globalizzazione e della modernità, Marcello Veneziani lo dedica al Papa e ai cattolici. “Pur non mancando di esercitare il potere e di godere di una visibilità e di un prestigio mondiali, il cristianesimo è il vinto principale dei nostri giorni. Non dall’Islam, ma all’interno della sua stessa civiltà.” scrive l’autore pugliese. L’Occidente contro la sua stessa Chiesa: è uno scenario verosimile? In parte si. È uno scontro con radici antiche, e mentre un tempo si combatteva sul piano del potere politico ed economico, oggi ci si è spostati su quello culturale. Nell’Europa dell’Antico Regime la Chiesa occupava un posto privilegiato al tavolo del potere non solo per l’influenza morale che poteva esercitare sui governanti, ma anche per l’elevato numero di feudi in suo possesso sul territorio continentale. Il Vaticano era il principale proprietario terriero dell’età moderna, e spesso i suoi possedimenti costituivano dei veri e propri enclavi all’interno dei confini degli stati nazionali; questi feudi finivano tra le proprietà ecclesiastiche sotto forma di donativi, lasciti e formule simili: per un nobile senza eredi era preferibile cercare di garantirsi un posto in Paradiso accordandosi col vescovo, piuttosto che sapere il proprio feudo nelle mani di una casata rivale. Lo stato nazionale, il nuovo dio che la Rivoluzione idolatrò, non poteva tollerare un tale vulnus alla sua autorità assoluta sul territorio patrio. Ecco perché la repubblica francese, imitata più tardi da altri paesi, cercò con forza di strappare alla Chiesa quelle porzioni di terra. Questo tipo di partita, economica e politica contemporaneamente, si è conclusa da un pezzo a favore dello stato nazionale: era la partita della sovranità, che il potere “laico”, a buon diritto, voleva gestire autonomamente.
E oggi? Ci troviamo su un terreno diverso, non nuovo, ché una cultura alternativa rispetto a quella cattolica nacque quando anche le città, oltre ai monasteri, cominciarono ad avere abitanti alfabetizzati. Ma se prima, nella disfida politica, era chiaro chi occupasse il campo “laico”, cioè lo stato nazionale, oggi chi sono i laici? Nell’Occidente, che cosa è identificabile come “altro” rispetto al mondo cattolico? Il primo pensiero corre subito all’ambito del diritto: e allora vengono in mente gli Chirac, strenui oppositori ad ogni menzione, nel preambolo del Trattato costituzionale europeo, a quella banale verità storica che l’Europa ebbe radici cristiane. Si pensa anche a Zapatero e al suo governo, promotore di leggi che in Vaticano provocano l’orticaria, ma capace anche di sbraitare con i cittadini spagnoli che versano il loro 8 per mille alla Chiesa: se Zapatero fosse intellettualmente onesto, dovrebbe denunciare il concordato vaticano e sedersi ad un tavolo di trattative per riscriverlo, anziché invitare gli spagnoli a non scegliere (già, perché non si tratta di un obbligo) un’opzione prevista dal concordato vigente. Sono loro i laici? E lo sono perché capaci di innervosire qualche cardinale (cosa che non richiede poi grandi sforzi)? Oppure i laici sono coloro che applaudono il campione del multiculturalismo Adel Smith (“cadaverino”) perché getta un crocefisso dalla finestra (anche lui, poverino, soffre d’orticaria)?
Il mondo laico è una galassia confusa e confusionaria, dove in molti cercano di trovare posto (oggi è quello il marchio più alla moda), ma dove in pochi riescono a trovare un accordo sul tipo di rapporto da tenersi con “l’altro”, cioè l’universo cattolico. Anzi, molti, troppi, pensano che nessun rapporto debba essere intavolato, perché l’altro rappresenta la reazione, l’oscurantismo, lo spirito illiberale. Il parlamento europeo ha sottoposto Buttiglione ad un interrogatorio da polizia politica che quasi mi sono pentito di essermi definito, tempo fa, “orgogliosamente laico”. Ma la sfida di quest’universo, al quale bene o male appartengo, dev’essere quella di non abusare di due secoli di vittorie quasi ininterrotte. Il rischio più grave è che prevalga l’intolleranza, che l’agnosticismo si trasformi in fervore antireligioso, che la spiritualità venga intesa come un orpello da cui l’umanità debba essere liberata. Si corre il rischio che il tanto ambito ingresso nell’universo laico diventi sinonimo di “daje ar prete!”: in questo caso nulla fermerebbe la cancellazione della storia e delle tradizioni della civiltà occidentale, storia di cui troppi “laici” oggi si vergognano. Nulla fermerebbe la strada verso il famigerato nichilismo.
Forse è più facile per un prete provocare l’orticaria a me di quanto lo sia stato per Zapatero con i cardinali. Anche se fosse, non posso mai dimenticarmi che l’Occidente non ha oggi un monopolio laico, e che con l’altro devo convivere a braccetto.