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Si parlava di
storia, nello scorso numero. Della possibilità di scrivere
una storia “altra” rispetto a quella, per dir così,
ufficiale, diversa da quella stesa dal vincitore. Insomma, di revisionismo.
Ma la storia non è, o non è più, solo quella
evenemenziale, ovvero quella che si occupa esclusivamente di questioni
politico-economiche. Da raccontare non ci sono soltanto battaglie
e trattati di pace. C’è anche una storia che scaturisce
dal quotidiano, che porta a completare il quadro dell’esistenza
di chi ci ha preceduto. Così come esiste anche una storia delle
discipline create dall’uomo, delle modalità con cui ha
cercato di rappresentare e spiegare il mondo. E dunque pensiamo alla
storia della letteratura, dell’arte, della musica. E anche a
una storia della scienza. Che è certamente una delle più
recenti modalità interpretative del reale, o supposto tale
che sia. Così, per gioco, poniamo la domanda. Revisionismo
e storia della scienza: c’è qualche nesso? É possibile
parlare del primo in riferimento alla seconda?. Meglio: ha senso dar
conto di teorie una volta in auge, ma poi abbandonate in favore di
altre? La risposta è sì, le argomentazioni seguono.
Non prima, però, di una premessa: non si tratta di riscrivere
la storia della scienza in un’altra maniera. Ma si tratta comunque
di revisionismo. Come insegnano gli storici, infatti, revisionista
è chi vuol scrivere la storia ascoltando la voce di chi non
è risultato vincitore.
Detto questo, partiamo. Individuando una posizione ben precisa. La
facciamo risalire a un’espressione di Alfred North Whitehead,
secondo il quale «una scienza che esita a dimenticare i suoi
fondatori è perduta». Non ci interessa qui approfondire
la filosofia di colui che ha pronunciato questa frase. Ci interessa
il contenuto. L’autore, in collaborazione con sir Bertrand Russel,
dei Principia mathematica sembra infatti predicare l’oblio.
Un oblio che trae linfa vitale da quell’immagine distorta del
procedere scientifico che si è trasposta nel senso comune.
La ragione è semplice. Si crede infatti che la scienza sia
una sorta di meccanismo automatico che, individuato l’errore,
fagocita la teoria sbagliata, arrivando a proporne una nuova. Non
è così. I problemi sono talmente tanti che è
impossibile trovare una panacea. Mutuando l’espressione dalla
politica, diciamo poi che, anche nel campo della filosofia naturale,
ci sono “conservatori” e “progressisti”. Ovvero
ricercatori che preferiscono lavorare sulla teoria incappata nell’errore
per cercare di migliorarla e altri invece disposti a stravolgere completamente
l’orizzonte teorico. E sono i primi a prevalere. Non a torto,
intendiamoci.
Da qui partiamo. La domanda che poniamo, il gioco cui vogliamo giocare
è questo: ha senso dar conto, a titolo di esempio, del sistema
cosiddetto artistotelico-tolemaico, ora che è venuto Copernico?
Senso ne ha, eccome. Non solo perché la fisica arriva oggi
ad affermare che è indifferente affermare che sia la terra
a girare intorno al sole o viceversa. Semplicemente, la prima affermazione
(l’eliocentrismo) rende i calcoli più semplici. Ma anche
perché una teoria “abbandonata”, messa da parte
in favore di un altra (senza approfondire, qui, le ragioni che hanno
portato all’abbandono) può sempre tornare utile. Perché
può fornire lo spunto per risolvere un nuovo problema. Questo
è quanto vorrebbe chi sostiene come l’eliocentrismo sia
stato abbozzato per la prima volta da Aristarco di Samo, vissuto nel
III secolo a.C. Una posizione per certi versi più analoga a
quella dell’astronomo polacco la troviamo, peraltro, anche in
Nicola Oresme, vissuto nel XIV secolo. Il quale ammetteva sì
la maggior semplicità dell’eliocentrismo, ma vi rinunciava,
ahimè, «in omaggio alla maestà della fede».
A questa possibilità di riscoprire teorie antiche di fronte
a nuovi problemi, si aggiunge a una certezza. Che riguarda il fatto
che la storia della scienza aiuta a comprendere come opera, come ha
operato, il filosofo della natura, in termini moderno, il ricercatore.
Il momento del passaggio da un paradigma teorico ad un altro è
cruciale. Poiché mette in luce quanto la scienza non afferri
verità, ma cerchi di lasciarsi sfuggire il minor numero possibile
di aporie. Aiuta a capire cosa è considerato un problema e
cosa no e, nel primo caso, come ci si adopera per venirne a capo.
E chissà che sapere ciò che è stato, come in
passato i “filosofi della natura” si siano comportati
quando i conti non tornavano, non possa venire in aiuto ai loro discendenti
intellettuali, ai ricercatori di oggi.
Concludendo, affermiamo il carattere non utopistico di quanto sin
qui sostenuto. Perché non pretendiamo che nei programmi della
facoltà di Scienze matematiche, fisiche e naturali sia inserito
come preponderante il pensiero di Aristotele, Eudosso ed Ipparco.
Né richiediamo che il ricercatore abbia confidenza con l’Almagesto
di Tolomeo. Semplicemente ribadiamo il valore di quel patrimonio che
diventa la storia della scienza nel momento in cui si presta voce
anche alle parole dello “sconfitto”.