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Nello scorso numero de L’Angolo è apparso un articolo di Alessandro Di Tommaso contro il mangiar carne. Questo articolo vorrebbe essere una breve risposta, solo per cenni, perché lo spazio è poco.
La prima mossa che ho compiuto appena letto l’articolo di Alessandro è stata di telefonare a due amici: uno con alle spalle trenta esami di medicina e l’altro due anni di biologia. Domanda che ho rivolto: l’uomo può fare a meno dell’alimentazione carnivora? Risposta: negativo, l’assunzione di carne può essere ridotta moltissimo, ma alcune proteine devono essere assimilate per questa via, se si vuole avere un efficiente funzionamento dell’organismo. Comunque su questo punto chiudo subito la questione: come laureando in filosofia non ho le competenze per affrontare la questione da un lato fisiologico e mi devo affidare alla parola di altri. Ma la due risposte mi fanno almeno sospettare che le opinioni in questo campo divergano notevolmente, anche fra gli “specialisti”.
L’argomento iniziale avanzato nell’articolo di Alessandro, che siccome usiamo forchette e coltelli allora vuol dire che Madre Natura non ci ha fatto per mangiare carne, è inconsistente. L’uomo non è un animale, è un essere culturale. Come gli animali hanno il loro ambiente e i loro organismi sono adattati ad esso, in modo che si “incastrino” perfettamente l’uno nell’altro, la particolarità dell’uomo è di non avere un habitat bensì civiltà, che va considerata parte essenziale dell’essere umano. Ogni uomo si incastra a meraviglia nella propria società civile. Secondo l’argomentazione suddetta l’uomo allora non dovrebbe neppure vivere in case, perché le costruisce con degli strumenti, o vestirsi, perché è impossibile fabbricarne senza arnesi, né in verità fare praticamente nulla di quel che fa. Francamente mi pare una conclusione azzardata: se l’uomo vivesse allo stato brado, come una scimmia superiore…beh, non sarebbe più un essere umano, non per come ci auto-comprendiamo oggi come specie unica nella nostra ecosfera. E, sia detto per inciso, gli scimpanzé usano dei legni come strumenti per mangiare le termiti e le formiche…immagino che questo voglia dire che essi non sono fatti per mangiarle!
La sofferenza degli animali non è sufficiente per sollevare questioni etiche. La morte fa parte della vita – questa è la legge della Natura, mors tua vita mea. Gli esseri umani non possono che avere un punto di vista antropocentrico, direi che è una questione proprio strutturale: questo significa che la vita di un essere umano sarà sempre, per un uomo, più importante della vita di un animale. Dobbiamo uccidere gli animali per mangiare e in alcuni casi ci conviene ucciderli in maniere crudeli – chi vive in campagna sa bene come i contadini ammazzano ancora oggi oche, galline e maiali.
A voi pare crudele sgozzare un maiale? Mi spiace, io non riesco a vederla così. Fa parte del ciclo, così funziona il mondo. E mi sembra giusto e in un certo qual modo anche bello che un animale, ingrassato per bene nel recinto di una fattoria, muoia in questa maniera per dare nuova vita.
Non è solo questione di etica della vita. Ritengo vi siano valori più importanti della mera vita biologica. Preferisco conservare una tradizione alimentare e un rapporto di sopraffazione fra uomo e animale che risale ai primordi della nostra specie, e ci aiuta a fissare il nostro senso nel cosmo, piuttosto che la vita di qualche maiale – semplicemente perché ritengo che gli animali non siano individui, che per quanto si differenzino l’uno dall’altro, non abbiano una storia personale tale che la morte di un singolo animale possa fare qualche differenza. Un singolo animale non aggiunge nulla di nuovo al mondo, mentre con ogni essere umano nasce qualcosa di unico. Qui riposa la principale motivazione della differenza nel trattamento etico degli animali e degli uomini.
Poi mi trovo perfettamente d’accordo con Alessandro nel criticare alcune forme di allevamento intensivo, inutilmente crudeli nei confronti degli animali. Ma qui il punto non è l’ucciderli o meno, ma, appunto, l’infliggere delle sofferenze che, anche fatte le debite proporzioni fra interessi umani e animali, sono eccessive. Solo trovo che la protesta di una esigua minoranza che si rifiuta di mangiar carne non cambierà mai lo stato di cose.
Infine, sempre parlando di tradizioni, l’alimentazione non è un fatto biologico, ma culturale. L’uomo ha sempre mangiato carne. Siamo culturalmente fatti così e non vedo davvero per quale bizzarra ragione dovremmo rinunciare a certi sapori, odori e, diciamolo, alimenti simbolici, dal capretto di Pasqua fino al tacchino del Giorno del Ringraziamento, rinunciando a parte della nostra storia.
Perché ci commuoviamo di fronte alla morte di un animale? E’ una ben triste epoca quella che non riesce più a scorgere la bellezza e il senso anche in certe morti e in certe uccisioni.

Gabrio Andena