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Ciao! Sono Andrea di Cardano al Campo, mi presento velocemente per lasciare spazio ad altre parole. Queste righe sono fiore di sette mesi per me molto speciali, sono stato obiettore di coscienza in Kenya, non tra animali feroci e spiaggie da cartolina ma in una baracca alla periferia di Nairobi. Da metà settembre 2003 a metà aprile 2004 ho abitato con altri italiani e kenioti a Soweto, uno dei quasi 200 slums della capitale. L’ente con il quale ho svolto servizio è la Comunità Papa Giovanni XXIII e il progetto è chiamato “Caschi Bianchi, giovani per la pace, i diritti umani, la solidarietà nel mondo”. È stata un’esperienza fortissima e che sicuramente rifarei! Ho scelto di svolgere il servizio civile in Kenya… potevo stare molto più vicino a casa. Perché andare a 8000 km di distanza? Fondamentalmente perché avevo la sensazione che il mondo non fosse soltanto la mia casetta, il mio paese, la mia regione o i miei amici… ho scoperto che c’è molto di più, ed ora, tornato a casa, non ho la pretesa di conoscere tutto questo nostro mondo ma semplicemente di trovare il mio posto. Di seguito sono riportati alcuni pezzi di mail o pensieri scritti da laggiù, buona lettura.


Dalla I mail agli amici, fine ottobre 2003

Un abbraccio a tutti, mi mancate... (…) è difficile scrivervi... per due motivi principali...
1° motivo: ho un casino in testa che neanche immaginate... sono qui da un mese e poco più, ma è come essere qui da un giorno e nello stesso tempo da 50anni... ci sono alcune cose che sono troppo fuori dai miei schemi mentali... credo che non le capirò mai... e cacchio non solo non capisco, ma neanche riesco a rifletterci sopra... ...è un’orchestra di emozioni, colori, immagini, parole, gesti, suoni... che sapresti riconoscere tra mille altre orchestre... ma se ti avvicini e ascolti e guardi bene ogni strumento... non riesci a capire se quello che hai davanti è uno strumento a fiato, a corda o a percussione... non intuisci che suono può emettere, non puoi immaginare la prossima nota che verrà suonata, né se la melodia si ripeterà... ...vorrei fare un po’ di silenzio dentro di me per poter capire quello che mi succede intorno... ma il tempo libero non è poi molto e quando riesco a “fermarmi” molto spesso penso a cose italiane... (…)
2° motivo: vorrei raccontare ad ognuno di voi personalmente, magari direi le stesse cose cento volte ma in modo diverso, perché diverso è l’interlocutore. E comunque mi conoscete, niente grandi conferenze dove io so tutto e voi niente, preferisco un dialogo, fatto da quattro occhi e due bocche che si alternano nel loro principale compito: parlare ed ascoltare... Ricordo le parole di un uomo con la barba molto più lunga della mia: “Perché mai abbiamo due orecchie e una bocca se non per ascoltare almeno il doppio di quanto parliamo?!” Un altro motivo più stupido ma più importante... il computer è dal primo giorno che mi fa disperare... ma siamo in Africa...
Sapete che vivo a Soweto??? E voi vi chiederete... cos’è Soweto? Beh... forse non lo so neanch’io... Io sono qua, vivo e vedo delle cose e ve le racconto... ma sinceramente credo sia una minima parte di uno slum. (…)
Potrei cominciare col dire che siamo in Africa... Ciò comporta alcune cose:

Dunque siamo in Africa... MA... c’è un ma... Ma siamo alla periferia di Nairobi (capitale)! E voi non sapete cosa significa la sola parola Nairobi! Auto, bici, bus, pedoni, matatu, gente che urla, fuoristrada, negozi, banchetti, musica, camion, gente, mendicanti, ragazzi, ragazzi e bambini di strada, su, giù, destra e sinistra, strade, la guida è a sinistra, clacson, gente che guida, poveri e ricchi, i pedoni che devono fare lo slalom tra le macchine perché queste non si fermano, palazzi alti e bassi, buche enormi in mezzo alla strada, fumo grigio, fast food, cartelli e insegne ovunque, smog... tutto questo nel casino più disastrato! Ti toglie il respiro! Questo è quello che percepisco di Nairobi... Ma noi si vive in periferia... nord-est... Con il Matatu (pulmino dimensioni Vanette, capienza minima 20 persone, 2 marce, fermo o a manetta, musica a palla, scassatissimo, si sale e si scende al volo) ci si avvicina sempre di più... si iniziano a vedere campi, coltivazioni di caffè, ananas... e ogni tanto alcuni agglomerati, cioè tanti banchetti di legno che si affacciano sulla strada principale e un po’ di case e di palazzi intorno... Il matatu arriva a Kahawa-west, l’ultimo agglomerato prima di Soweto, scendo...
Siamo a Kahawa. I primi giorni non mi sentivo troppo sicuro girando per queste strade, sentivo qualcosa nell’aria, qualcosa che mi creava un senso di instabilità, insicurezza, pericolo. Ora va molto meglio, ho cominciato a conoscere l’ambiente, i posti, la gente, la gente mi conosce. I lati della strada sono pieni di banchetti, c’è ogni sorta di frutta o verdura, cianfrusaglie, radio, ciabatte, pentole, saponette, spazzole, si sente musica (quasi sempre reggae), hotel (luoghi esclusivamente per ristorazione), salsicce arrosto, saloon (parrucchieri), falegnami, telephon service, supermarket, chiesa battista, stazione della polizia, scuola, tabacchini, giornalai, Coca-Cola, galline in vendita... sui bordi delle strade ci sono persone, capre, cani, ubriachi, ragazzi, bimbi, niente muzungu, biciclette che quasi ti investono... per terra ci sono merde da evitare, dossi, sassi, terra rossa, un po’ di asfalto, sacchetti di plastica, pezzi di legno, piccoli fuochi per bruciare l’immondizia... sulla strada ci sono macchine, Matatu, vecchi camion, jeep, ancora gente, ancora bici che trasportano sacchi quattro volte più grandi rispetto alla stessa bici o assi con apertura alare di 5 metri... e intorno a questa dritta, lunga e sconnessa strada impolverata ci sono case, palazzi (…) cantieri in costruzione e più intorno campi quasi tutti non coltivati... comincio a camminare in mezzo a tutto questo... il sole picchia sulla testa... si suda di giorno... continuo a camminare... durante il tragitto si può trovare di tutto... il ragazzo di strada che da quattro giorni ti chiede soldi e dice che è affamato, l’ubriaco che sorridendo si mette ad urlare per parlarti in mezzo alla strada chiamandoti con il nome sbagliato, i ragazzini che tornano da scuola e ti sorridono e ti camminano di fianco e dietro finché ad un certo punto ti accorgi di essere a capo di un esercito di personcine saltellanti e cantanti, tutti ti salutano e poi inizia ad essere normale salutare quando incroci gli occhi di un’altra persona: “Hi, how are you?”, “I’m fine!”.
Finisce la strada “asfaltata” e si prosegue per un’altra strada di terra battuta e, dopo una decina di minuti a piedi, si arriva all’entrata di Soweto... ...non è una bellissima visuale…
Da una parte c’è un cumulo di immondizia sopra cui galline spennacchiate, galli, enormi e brutti tacchini e capre mangiano, bambini giocano, noi ci passiamo. Dall’altra parte si bruciano gli scarti dei maiali di una fabbrica di carni lì vicino. In mezzo c’è una specie di stradina, interrotta da un piccolo scarico per la fogna (a cielo aperto chiaramente)... ...così siamo a Soweto...
Adesso si cominciano a vedere queste tanto attese baracche... Il colore che domina è il marrone... strade, legno e fango con cui qualche baracca viene costruita, galline, colore della pelle... tutto della stessa tinta... le strade chiaramente non sono dritte ne livellate, è tutto un su e giù, le vie non hanno un senso, principali e secondarie non si distinguono, quasi tutte strette e impolverate... Si arriva a Baba Yetu (significa “Padre Nostro”, così è chiamata la nostra casa). Non è una sola baracca ma un insieme di 4 grosse (rispetto alle altre) baracche disposte più o meno a cerchio nel cui interno si apre un delizioso (sempre rispetto a tutto l’ambiente fuori) cortile, piccolo ma vivibile con qualche fiore e qualche pianta (non ho ancora visto piante in giro per la strade!). ...Baba Yetu... rifugio dai pericoli di una baraccopoli... un mini-paradiso in mezzo all’inferno...
Cosa faccio di giorno? Anche questo credo di non saperlo... o meglio, di non saperlo spiegare in due righe... ogni giorno ci si alza (e fin qua siamo sicuri... ma forse neanche di questo...) e si programma cosa fare... tanto cmq c’è sempre qualcosa da fare... andare in ufficio, fare commissioni, andare in città, in ospedale, portare d’urgenza un bambino al dispensario per un taglio di coltello, ammazzare conigli, coltivare campi, costruire cessi, cucinare per 20 persone, accompagnare qualcuno da qualche parte... queste sono solo alcune cose che ho fatto finora... (…) ...si lavora spesso sull’emergenza... programmi la tua giornata al mattino e dopo due ore stai facendo tutt’altro... ...c’è una emergenza sanitaria da rabbrividire... oltre alle condizioni pietose in cui vive questa gente che causano malattie come malaria, tubercolosi, problemi allo stomaco e all’intestino, si aggiunge il grosso e sempre più devastante incubo dell’AIDS, che miete vittime ogni giorno (il 74% delle donne di Soweto sono positive).
La violenza, le piccole guerriglie tra tribù, le rivendicazioni personali (giustizia fai-da-te), gli stupri quotidiani, l’alcool, la droga (gangia e colla quelle più usate), le rapine, gli incidenti... tutte cose che ormai la gente ha assimilato troppo bene, ha già “mandato giù”... tutte cose che ormai rientrano nella quotidianità... non stupiscono più... non suscitano più alcun dolore negli sguardi di chi subisce tutto questo... ...è questa forse la cosa più brutta... quello che fa somigliare questo posto all’inferno... lo sguardo della gente arreso al male...
QUIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIIII………………. ...non so.... questo è quello che sento alcune volte...
Altre volte invece mi sembra che siamo noi quelli “ormai morti”... davanti alla loro capacità di sorridere anche davanti ad un crudele destino... essere nato a Soweto... sorridono nelle situazioni in cui noi sicuramente ci staremmo lamentando... Sapete quando si dice di “sorridere alla vita”? bene... loro spogli di tutto e proprietari di niente... ecco... un sorriso è tutto quello che hanno... ma vi assicuro vale molto di più di... non so cosa... ma molto di più!!... sorrisi e comunque voglia continuare a vivere, nonostante tutto, voglia di giocare, scherzare, ridere sopra ad alcune disgrazie... qui si dice “Hakuna matata” (come nel cartone animato “Il re leone”)... Certo... non posso generalizzare... ma trovo qui entrambe le situazioni... chi sorride e chi muore... Ce ne sono tante altre contraddizioni, come ricchezza e povertà... campi da golf di fianco a immense baraccopoli... negozi per straricchi e per strapoveri... supermercati per ricchi e supermercati per poveri (il più grosso è l’immensa discarica di Korogocho, un’altra baraccopoli, dove centinaia di persone raccolgono gli scarti di cibo), quartieri con antenne paraboliche mai viste così grosse neanche in Italia e slum per chi arriva dalla campagna senza niente, per cercare fortuna ma trova solo miseria... Per strada la gente mi ferma, chiede soldi, cibo, è un grido di aiuto... mi sento impotente... vorrei piangere... vorrei arrabbiarmi... a volte piango... a volte mi arrabbio... mi chiedo perché... perché... non so cosa fare... penso a come si potrebbe fare... una soluzione... un gesto di pietà dai nostri ricchi paesi... un po’ di impegno da parte di tutti... un piccolo gesto... non so neanch’io quale... e il gesto d’impegno da parte anche dei poveri... o meglio... dagli impoveriti... ...non so cosa dire di fronte a tutto questo... adesso ho solo voglia di stare zitto... (…)
Ho sempre la solita frase che mi gira in testa: “We say we know, but we know nothing!”
Io sto abbastanza bene, per me è stato un grosso colpo in testa... e me ne sono reso conto solo dopo le prime settimane... chissà nei prossimi mesi cosa succederà... Adesso comunque va meglio... le cose cominciano a prendere forma... Salute? Ho avuto la febbre due volte per un paio di giorni, sempre per problemi di intestino e stomaco... ci si deve abituare anche a questo... La malaria non si è ancora fatta viva... ma la gente qua muore di questa curabilissima malattia, peccato che la sanità sia interamente privatizzata!! Sapete che sono stato anche chiuso in cella?? Ho sperimentato con mano cosa vuol dire essere nel nono paese più corrotto al mondo... ma Kibaki, il nuovo presidente, sta lavorando molto bene... ha mandato a casa 44 giudici corrotti in un colpo solo! Per la questione della terra, per ridistribuire in modo più egualitario la terra ai 7 milioni di abitanti di Nairobi (di cui 4 negli slums), l’intenzione del governo è buona e il Pamoja Trust, un associazione che da 15 anni si occupa di questo, è arrivato anche a Soweto e noi stiamo collaborando con loro... queste sono ottime notizie per un paese che ha subito una dittatura (presidente Moi) trentennale, fino alla fine del 2002... Vi scriverò spero presto...

Un abbraccio a tutti...
Andrea

Dalla II mail, 27 novembre 03

(…)
Amare... si possono amare i ciechi, gli storpi, gli emarginati, gli handicappati, gli zingari, i tossicodipendenti, gli alcolizzati... ...ma prova ad amare uno che ti prende per il culo in un’altra lingua, che vuole i tuoi soldi puntandoti un coltello in faccia, che, ubriaco, non ti lascia andare, che sul bus prova a metterti la mano in tasca per rubarti il portafoglio, o peggio che entra in casa tua e picchia il tuo figlio, o violenta tua moglie... prova tu ad amare anche in questi casi... non credo sia semplice... mi chiedo se si può... ...credo di si... chiaramente non gli fai una carezza, oppure “ti aspetto la prossima volta, sei il benvenuto”... certo che e’ difficile “amare”... la prima reazione è animalesca, in alcuni momenti mi verrebbe voglia di tirarne due pugni e stenderlo per bene quel bastardo che ha tentato di darmene uno, ma che cazzo vuole da me? some si permette? ti faccio vedere io così la prossima volta ci pensi due volte prima di rifare quello che hai fatto! ...poi però penso che dietro ad ogni azione c’è una causa... e la causa qui ormai ho imparato a conoscerla... in una parola... baraccopoli!
Allora tu arrivi dalla campagna... non hai nulla... sei proletario, cioè sei solo proprietario dei figli. Ti sposti verso la città perché ti hanno detto che sicuramente troverai benessere, lo vedi dalla poca ma ricca “gente di città” che hai visto passare con il fuoristrada mentre tu coltivavi campi in cui per la troppa pioggia il raccolto ormai troppe volte è andato distrutto, allora arrivi e cerchi un posto dove stare... una casa. Qual è quella meno costosa? Baracca singola per favore, ma qui niente favori e tutto si paga, tutto. Il land-lord (ricco signore delle terre che possiede non la terra ma le baracche e si arricchisce con centinaia di affitti tra cui il tuo) ti propone pagamento posticipato per il primo mese, accetti subito, non hai alcuna alternativa! Non puoi neanche tornare indietro perché gli ultimi soldi li hai spesi per il viaggio. Non vorresti quella lurida baracca ma... NON HAI ALTERNATIVE! Così accetti! Con tutta la tua buona volontà, ma anche con la tua ignoranza da contadino sperduto in Africa, cerchi lavoro, onestamente, lavori sporchi non ne vuoi, quello che tuo padre ti ha insegnato in campagna è che se lavori onestamente ne sarai ripagato (se hai avuto la fortuna di avere un padre). Inspiegabilmente non trovi nulla, nessuno ha bisogno, cerchi imperterrito per giorni mentre i tuoi figli non mangiano. Trovi magari solo qualche lavoretto a giornata nelle piantagioni di caffè, questo se sei uomo... se sei donna e il tuo compagno si presenta alla porta di casa tua saltuariamente per soddisfare soltanto i suoi bisogni, allora il problema risulta più grosso... i figli? hai due bimbi piccoli e non potrai mica portarli a lavorare?!
Nessun datore di lavoro accetterebbe... il figlio strilla, deve essere nutrito e cambiato, e così rallenta la tua capacità produttiva, assolutamente no! ho detto che nessun datore di lavoro accetterebbe una dipendente con il figlio sulla schiena. Tranne… la soluzione c’è! Potresti essere tu il datore di lavoro. Beh... fatti venire un’idea. Inventati un lavoro. Hai l’idea? Benissimo. E il capitale iniziale? Sappi che nessuno ha la possibilità di concedere prestiti... sono tutti ridotti come te e quelli che hanno i soldi non te li presteranno mai... tu non puoi dare nessuna garanzia di riuscire a ripagare il debito. Anch’io non so se te lo presterei. Allora guardati bene intorno e fai un po’ i conti di quello che hai: dunque possiedi dei vestiti, i tuoi figli… e te stessa… il tuo corpo! Non vorrai prostituirti spero!! No, so che non lo farei per niente al mondo! Allora controlliamo le alternative:

Bene... esattamente in quel momento capirai quanto ami i tuoi bambini... metterai sulla bilancia l’amore per te e l’amore per i tuoi figli... mamma quanto ami le tue creature? Se la risposta sarà: “Li amo tanto, ma non sono capace di sacrificare me stessa” allora nella migliore delle ipotesi li lascerai davanti alla porta di una chiesa.
Ma se ami più i bambini di te stessa... allora qui inizia un circolo vizioso a spirale. Anche adesso mi vengono in mente i gironi dell’inferno, sempre più giù fino a quando riesci a sopportare il male dentro il cuore.
In quel momento realizzi... dal giorno dopo agisci.
Ti senti mancare il fiato ogni volta che qualcuno comincia a toccarti... ti spoglia... questo sconosciuto di cui non sai neanche il nome... sta violando il tuo corpo... sta distruggendo secondo per secondo ogni tuo sogno... sta violentando la tua anima... ti uccide dentro... ogni volta... e magari i tuoi figli piccoli guardano... li guardi e pensi che un uomo ti sta “amando” per l’amore tuo verso i tuoi figli... ma fa male e piangi... e l’amore si trasforma in odio... pensi che loro sono la causa di tutto... però hanno la pancia piena e stanno bene... e questo forse ti fa calmare... ma il tuo essere donna sta per essere distrutto... e vorresti volare via con la mente... almeno con la mente... Dio dove sei? Portami via ti prego... non voglio... ti prego... fammi volare via lontano... e se non l’hai già capito scopri che un modo c’è... Dio proprio non riesci a trovarlo in tutto questo... è più semplice ricorrere all’alcool... tanto alcool... sempre di più... ...intanto i giorni e gli uomini passano... i figli crescono, anche se uno è fortemente malato di tubercolosi e l’altro si è bruciato accidentalmente la faccia e tutto il braccio... tu ti accorgi di essere cambiata... non te ne frega niente di ciò che hai intorno e anche i tuoi figli passano in secondo piano... non ti fidi di nessuno perché si potrebbero ricevere solo fregature... poi ti accorgi di sentirti sempre debole... per un raffreddore stai male per settimane... i tuoi occhi sono ormai rovinati dall’alcool e dalla malattia... ebbene sì... non hai la certezza, è inutile fare il test HIV, la cura ti costerebbe troppo, ma sai di essere malata... incurabilmente... ecco allora che la poca speranza che avevi muore completamente... ...si dice che la speranza è l’ultima a morire... e dopo?

Questi pensieri che seguono risalgono alla fine di aprile 2004, da una settimana in Italia.

Riflettevo sui tipi di conflitti che ho trovato a Soweto:
Il conflitto è presente dentro di me, dentro di loro, tra di loro, tra noi e loro, e tra loro e il mondo! Il conflitto potrebbe apparire tra due donne ubriache che il giorno di S. Stefano si sono picchiate selvaggiamente, togliendosi le magliette e prendendosi per i seni e tirandoseli a vicenda e tutta la gente intorno che le incitava. Però si potrebbe anche dire che il conflitto, ma soprattutto l’odio che queste donne portavano dentro, è stato verso il mondo, verso l’ingiustizia che subiscono ogni giorno, per la sola sfortuna di essere nate a Soweto! Nasci in un posto a caso e qualche anno dopo ti trovi a lottare con un’altra persona come te per il solo fatto di essere nato a Soweto! Conflitti ce ne sono tanti, ognuno li vede dalla sua telecamera. Anch’io se fossi nato a Soweto mi sarei trovato potenzialmente nella stessa situazione, questo luogo tira fuori la violenza che c’è in ognuno di noi. Il problema diventa quando la violenza viene usata come mezzo per risolvere i conflitti, interni ed esterni... entriamo nella logica della gente nata qui (e non solo). E cioè che senza violenza nulla si risolverà!

Un altro pensiero:

Pensavo che andando a vivere in una baracca mi sarei sentito più vicino a loro. I baraccati e, invece, anni luce di distanza. Qualche volta mi vergognavo di vivere a baba yetu. Perché anche in mezzo ad una baraccopoli i “wazungu” hanno tutto: luce, acqua, cibo da buttare. Quindi baba yetu risulta un paradiso rispetto all’inferno fuori. Stavo male alcune volte e mi passava la fame mentre stavo facendo colazione con la tavola tutta bella apparecchiata e la gente entrava e guardava con un’espressione quasi esterrefatta la tavola imbandita multicolore. Pensando alle loro colazioni (una tazza di tè se si è fortunati) stavo male, e alcune volte ho dovuto uscire dalla stanza, il boccone non andava più giù. Allora la soluzione potrebbe essere: la gente aspetta fuori mentre noi mangiamo! Non è la soluzione migliore ma fondamentalmente è ciò che facciamo noi in Italia. Li teniamo lontani. Perché se dovessero vedere come viviamo noi ci sarebbero molti più terroristi in giro!!!

Infine questo “pezzo” tenta di spiegare Soweto da un’altra angolatura:

Dire cos’è Soweto è difficile, si possono dare definizioni molto diverse, potrebbero essere tutte vere. Anch’io potrei dare mille descrizioni di Soweto. Oggi mi esce così! Le persone sono ridotte ad animali che tentano di sopravvivere e che comunque prima o poi muoiono! Le condizioni di vita sono infime, la gente vive senza elettricità, senz’acqua, le condizioni igieniche e sanitarie sono pietose, l’AIDS sta distruggendo molte vite, la violenza dilaga e la criminalità predomina come un drago imbattibile, lo sguardo della gente arreso al male... sembra un inferno... è un inferno... eppure... entrando nelle baracche, camminando per queste minuscole vie, osservando e scrutando in giro... puoi trovare tanti cuori che hanno voglia e bisogno di battere ancora, tante mani e tanti piedi, bambini, nonnette, ragazzi e uomini... chiedono vita come possono, come sanno, e chiedere vita significa molto concretamente e a volte fastidiosamente “give me food” “give me 20 shillings”, è un chiedere pretendendo... ma cosa pretendono in realtà? Forse pretendono vita, la vita che a loro è stata negata e che noi abbiamo, ed è così scontato per noi avere la possibilità di questa vita che a volte ne abbiamo un po’ piene le scatole e allora cerchiamo un po’ di morte... tanto per non annoiarci,
per sentirci ancora vivi! Paradossale? Loro chiedono vita! Allora bisogna chiedersi “ma cos’è la vita?” e quindi “quando si vive?”... Io credo che una persona viva quando ha una minima possibilità di scelta, soltanto la possibilità di scegliere (nelle cose piccole e grandi) da alla persona uno spazio in cui lasciare libera la mente e... sognare! Il sogno... è morte quando una persona smette di sognare, la sua “vita” è già finita! E credo che manchi solo una componente a fare di un uomo una persona viva... l’amore... ho sentito tanta gente di Soweto sola... nessuno che si preoccupi di loro... da soli contro il mondo... quel mondo così crudele chiamato Soweto! Sentirsi amati e poi amare... bisogno fondamentale dell’uomo pari al bisogno di cibo! Se il nostro corpo ha bisogno di cibo per camminare, allo stesso modo il nostro cuore ha bisogno di amore per battere!

Vi saluto con un proverbio africano: “Quando due elefanti lottano, è sempre l’erba ad essere calpestata.”

Andrea Aspesi