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Ascoltando i discorsi di chi di storia ne sa più di me poiché ha una cattedra alla Statale mi sono fatto un’idea su quello che sta diventando, adesso, una questione abbastanza delicata. Ma prima di entrare maggiormente nel problema è meglio spendere due parole su cosa sia il “revisionismo”, così da avere alcuni punti da cui partire.
Con il termine “revisionismo storico” si identifica una serie di orientamenti storiografici che pongono in discussione alcuni nodi cruciali della storia moderna e contemporanea, benché sia un fenomeno non omogeneo che è grossomodo schematizzabile in una stratificazione composta da una destra di tipo nazista e fascista, da un’altra destra di tipo liberal-democratico e da una sinistra, soprattutto libertaria o comunista. Lo spirito di “revisione” che anima la liberal-democrazia costituisce tuttavia la parte più consistente di questo processo, tendendo ad emarginare dalla storiografia la nozione di lotta di classe e quindi tutte le politiche che proprio su di essa hanno costruito la loro pluriennale azione di intervento nella società.
Facendo un tuffo nella storia, la polemica revisionista scoppiò in Italia a seguito di un’intervista rilasciata da De Felice, dopo che questi aveva già scritto parte della sua biografia su Mussolini, nella quale si dava una lettura storiograficamente eterodossa del regime fascista e della personalità del duce, tanto da farlo apparire come una persona non intellettualmente rozza che ebbe una certa dimensione culturale. Ma la vera patria del revisionismo si colloca nella storia recente della Germania che, sconfitta nella seconda guerra mondiale e accusata da tutto il mondo per i misfatti commessi, cerca di rifondare una sorta di identità nazionale, dopo aver smarrito la propria storia, relativizzando le atrocità commesse dai nazisti come un risarcimento di danni del passato tedesco, possibile attraverso la sua equiparazione ai crimini di Stalin. Questa è, sostiene lo storico Habermas, un’inaccettabile apologia storiografica, il cui scopo ultimo appare quello di adescare l’opinione pubblica ad un ripensamento generale del nazionalsocialismo in favore di una ridefinizione di quei tragici fatti. Da questi presupposti si origina il revisionismo definito “olocaustico” o “negazionista”, che nega la volontà nazista, nonostante essa sia oltremodo sostenuta da una notevole quantità di documenti, di procedere ad un sistematico annientamento della popolazione ebraica nei territori del reich e della cosiddetta “soluzione finale”. In questo quadro le camere a gas diventano delle finzioni utilizzate allo scopo di amplificare in maniera esorbitante il preteso sterminio di un popolo intero, al contrario le cifre reali delle vite umane andrebbero ampiamente riviste: 200.000 persone al massimo secondo Roeder; forse quasi un milione per Rassinier. Certo non i sei milioni di morti che risultano da altre prove. I maggiori storici del revisionismo, Nolte, Fest, Hillgruber o Irving (che nega addirittura lo stesso Olocausto) hanno sostenuto senza mezzi termini la legittimità del genocidio nazista come una “risposta dovuta” al bolscevismo, “la più grande infamia di questo secolo”, senza però considerare un particolare ben messo in rilievo da Galli, cioè che è un errore grossolano, oltre che colpevolmente ideologico, considerare la rivoluzione leninista del 1917 il principio assoluto della guerra che riscrisse la mappa dei futuri conflitti nell’Europa dell’Ovest e dell’Est combattuta tra ricchi e poveri: piuttosto è stato il primo conflitto su scala mondiale del 1914, quando il comunismo era forse appena un’idea nemmeno venuta a completa maturazione, a dare il via ad una serie di reazioni a catena di cui la Russia bolscevica è solo una conseguenza.
Concludendo, le caratteristiche essenziali di questo processo revisionista, relativamente alla questione tedesca ma estensibile anche ai movimenti partigiani in Italia, si coagulano attorno alla riscrittura, in termini più blandi, di avvenimenti storicamente avvenuti e certi. Un processo, quindi, che serve più a coloro che guardano le parole che non gli eventi. Per chiudere, riportando parole non mie, “si rivisiti pure ciò che si vuole, ma i fatti restano: Mussolini è stato appeso a testa in giù a Porta Venezia e le sinistre hanno vinto in Europa”.