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Revisionismo è un termine che nemmeno dovrebbe comparire nel vocabolario del provetto storico. Eppure è un espressione molto diffusa (e quasi abusata) nei dibattiti sulla storiografia, in particolare quella del ‘900. Perché il buon storico non dovrebbe minimamente interessarsi di “revisionismo”? Perché si tratta di un concetto che con la storia ha poco a che fare: le sue origini e i suoi connotati sono politici. Se ne cominciò a parlare quando De Felice pubblicò la sua monumentale biografia su Mussolini, contraddicendo le teorie che fino ad allora erano consolidate: De Felice sostenne tesi a molti indigeste, come quella sul consenso popolare di cui il fascismo, e il suo capo in particolare, godettero per buona parte del Ventennio. Ai suoi colleghi accademici poco importava che De Felice avesse basato la sua opera su documenti concreti: lo storico aveva sostenuto l’insostenibile e per tanto doveva essere dimenticato, emarginato. Qualcuno avrebbe voluto privarlo della cattedra.
Il processo di revisionismo è semplice: c’è una tesi che la maggioranza degli studiosi ritiene la Verità Dogmatica, e una contro-tesi che smentisce totalmente o in parte quella “ufficiale”. Lo storico della contro-tesi viene punito con la bolla di eresia e infamia: “revisionista”! Non è affatto un caso che si parli di revisionismo solo a riguardo di temi politicamente “caldi”: fascismo, nazismo, comunismo, Guerra civile spagnola, Resistenza (o “Guerra civile”?)…
La bibliografia sulla battaglia di Waterloo è sterminata: qualche anno fa rimasi colpito dalla notizia che uno storico brasiliano aveva sostenuto che la sconfitta dei Francesi fosse stata causata dal mal di testa di Napoleone. Nessuno accusò quello studioso di revisionismo perché a nessuno interessa minimamente delegittimare qualche tesi circa Waterloo.
Se lo storico non deve temere di “revisionare”, è possibile trovare delle “regole di procedura storiografica”? Spesso, agli studenti di storia viene dato in lettura “Apologia della storia”, il più celebre testo di Marc Bloch, storico francese della prima metà del ‘900: per molti professori, quel libro costituisce una sorta di codice di deontologia professionale. Bloch cerca di tracciare una metodologia di lavoro. Lo storico studia una materia di cui non può avere testimonianza diretta, quindi deve fidarsi di ciò che gli arriva dal passato: le fonti, la cui ricerca costituisce la prima parte del suo lavoro. La sua fiducia nelle fonti non può però essere cieca, perché ogni testimonianza può nascondere un errore o un’omissione, volontari o no: ecco che la seconda fase del suo lavoro consiste nella critica, cioè nel vaglio delle fonti. Infine l’ultimo passaggio: lo storico deve raccontare i fatti, ma può esprimerne un giudizio? Secondo Bloch no, la sua unica bussola dev’essere la Verità, che lui deve comprendere e raccontare. Al massimo gli è consentita l’analisi, che consiste nel rintracciare connessioni logiche e causali tra gli eventi.
Se i primi due punti appaiono chiari e condivisibili, anche se di difficile realizzazione, il terzo lascia spazio a qualche dubbio; è evidente che ogni ricerca debba mirare a rintracciare la verità, ma questo impedisce l’espressione di un giudizio? E poi, esiste una Verità, unica e sola, da cercare e da difendere gelosamente una volta rintracciata? Per rispondere al primo quesito dobbiamo domandarci se un’opera storica in cui emerga la valutazione dell’autore perda necessariamente il suo valore. Prima di rispondere, provate a pensare a un testo molto conosciuto, il De Bello gallico di Cesare. Chi lo ha studiato a scuola sa che Cesare omise alcuni particolari, ne esaltò altri, con lo scopo di far emergere un giudizio positivo sul suo operato. Questo toglie qualcosa ad un opera che è fondamentale per conoscere la Gallia e le avventure di Cesare? Non credo. E poi, vi siete mai chiesti come siamo venuti a conoscenza di queste omissioni del Proconsole? Le conosciamo soprattutto grazie a Cassio Dione, uno storico che visse a cavallo tra il II e il III secolo dopo Cristo, autore di una “Storia di Roma”, che consultò delle fonti contemporanee a Cesare, ma ostili al futuro dittatore: questo perché Dione stesso non amava Caio Giulio. Abbiamo dunque due opere i cui autori espongono, più o meno implicitamente, giudizi opposti sul medesimo personaggio: eppure entrambi i testi sono necessari a inquadrare i fatti. Messi assieme, ci spiegano che Cesare, eccezionale condottiero, regalò a Roma l’intera Francia debellando una rivolta di grandi dimensioni, pur avendo commesso degli errori, alcuni dei quali cagionarono la rivolta stessa. I Commentari, o la Storia di Dione, non ci forniscono la Verità, ma una parte di essa. Veniamo così al secondo quesito, cioè se esista una sola verità che lo storico debba rintracciare. Implicitamente ho già risposto parlando del revisionismo, ma ora sarò più chiaro.
Per limiti fisici, ci è praticamente impossibile avere una visione completa di un avvenimento: è così nel presente, figuriamoci nel passato. Se Napoleone, la mattina del 18 giugno 1815, avesse saputo che Grouchy, anziché inseguire i Prussiani, stava consumando un’abbondante colazione, avrebbe preso a calci negli stinchi il suo maresciallo. Ma dei Prussiani seppe solo quando gli piombarono sul fianco, nonostante tutto questo avvenisse a pochi chilometri da lui e costituisse un avvenimento cruciale per quella giornata. Come già detto, gli storici, che pure conoscono i fatti meglio di Napoleone quel giorno, ancora si accapigliano per stabilire cosa sia stato più decisivo a Waterloo.
Innumerevoli sono le variabili che determinano un avvenimento, come ci dimostra lo storico austriaco Erick Durschmied, autore di bellissimi libri in cui spiega come il tempo o la stupidità umana abbiano influito su famose battaglie; di conseguenza, innumerevoli sono le “verità” sulle cause di un “fatto”: non ne esiste una, assoluta, che lo storico deve scovare nei meandri delle fonti. Ne esistono tante, che un solo occhio umano non può percepire. Lo storico ne trovi un po’, e, se ha indagato con onestà, dia pure loro una gerarchia, secondo suo giudizio. Tanto troverà sempre qualcuno a smentirlo… pardon, a revisionarlo.