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Il prossimo 29
ottobre a Roma i 25 d’Europa sanciranno ufficialmente l’entrata
in vigore della così detta Costituzione continentale; possiamo
già ora immaginare il clima enfatico e un po’ retorico
che aleggerà durante la cerimonia: chi ricorderà i “padri
fondatori” dell’integrazione europea, chi sottolineerà
l’ingresso nell’Unione di paesi orientali, un tempo nemici
dell’Occidente.
Altrettanto facilmente si può prevedere che in pochi vorranno
ricordare i risultati delle recenti elezioni per il Parlamento continentale,
le prime a 25 membri: in molti dei paesi appena entrati nell’UE,
i tassi d’astensionismo hanno superato il 50%. Un giornale americano
stampato in Europa, e quindi particolarmente attento alle vicende
continentali, l’Herald Tribune, il giorno dopo il voto commentò
la tornata elettorale sottolineando come i popoli europei avessero
mandato un chiaro messaggio alle istituzioni UE: un messaggio d’apatia,
“testimoniato dai larghi vuoti alle urne”.
Nei paesi “storici” dell’integrazione europea, le
elezioni per il Parlamento sono solo degli utili test per verificare
lo stato di salute delle forze politiche interne; è una “tradizione”
che persiste dal 1979: da quando cioè vennero introdotte le
elezioni dirette per il Parlamento europeo. Se qualche lettore avesse
avuto la ventura di assistere a una trasmissione televisiva (vanno
benissimo anche gli altri mezzi di comunicazione) in cui un candidato
a un seggio continentale si fosse presentato a spiegare che diamine
avrebbe fatto a Strasburgo, a fronte di lauti compensi, una volta
eletto, ce lo segnali: le storie rare e strane hanno sempre un interesse
giornalistico.
Il 29 ottobre a Roma si incontreranno i rappresentanti del nostro
governo e di quello tedesco: è auspicabile che, tra un sorriso
e una stretta di mano, saltino fuori cinque minuti per parlare di
ONU e della riforma del Consiglio di Sicurezza. Giusto per tentare
di evitare che alcune delle innovazioni più interessanti della
Carta europea (quelle che riguardano la politica estera) non rimangano,
vita natural durante, sulla carta; come spesso capita alle buone intenzioni.
La Germania sta cercando di ottenere, tutto per sé, un seggio
permanente del massimo organo direttivo delle Nazioni Unite. A tale
scopo, la sua diplomazia ha preparato un “quadrunvirato”,
che comprende Giappone, in qualità di grande potenza economica
(proprio come i Tedeschi), India, stato demograficamente miliardario
e militarmente nucleare (proprio come la Cina), e Brasile, come capostipite
del Sud America. Questi quadrunviri vorrebbero accedere nell’Eden
delle potenze assieme a uno stato africano, da scegliere nell’area
sud (quella “nera”) del continente. Se il piano andasse
in porto, per noi scatterebbe il declassamento a un rango di secondo
o terzo piano: se i nostri compagni di sventura del secondo conflitto
mondiale hanno risalito la china a tal punto da meritare, a differenza
nostra, un seggio permanente, subiremo un grave schiaffo, anche solo
morale. Ecco perché abbiamo chiesto non un posto per noi, forse
consapevoli di non poterlo ottenere, ma uno per un rappresentante
della nuova UE. Dubito che l’idea sarà accettata: un
seggio UE significherebbe che Francia e Gran Bretagna dovranno rinunciare
al loro. Arduo convincerli. Ma la vicenda ispira due, sconsolate,
considerazione. L’Unione Europea è ancora un mezzo per
far prevalere interessi nazionali; lo dimostra la “palma”
di europeisti, che l’anno scorso toccava ai franco-tedeschi
solo perché si contrapponevano agli Americani, mentre quest’anno
l’hanno persa a nostro favore, perché si sono dimostrati
troppo avidi di gloria individuale.
La seconda considerazione è più grave: se nel nuovo
Consiglio di Sicurezza, riformato secondo la logica delle “potenze
regionali”, dovesse mancare un rappresentante UE, mezzo Trattato
costituzionale varrebbe, fin da ora, come carta straccia.