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TITOLO: “Il bigiatore folle”
AUTORE:
Marco Giani

Il romanzo appare decisamente ben scritto, sontuoso nelle sue citazioni con interessanti tentativi di innovare lo stile. Il messaggio può risentire in qualche punto di un eccessivo ermetismo, ma ci si trova di fronte ad un lavoro di un prosatore senz’altro promettente, che nel futuro darà soddisfazioni.

La Giuria

Marinare... ecco un concetto che un milanese non potrà mai capire a fondo, del quale rimarrà sempre un po’ ignorante, suo malgrado. Perche per bigiare, essenzialmente, servono solo due cose: saltare la scuola, e Milano.

Giò si trovava nella sobria ubriachezza di un mercoledì mattina inoltrato nel quale, per la prima volta nella sua fragile esistenza di anonimo liceale da 6 al 7, aveva deciso di compiere 1’atto, a di saltare scuola non dormendo, bensì facendo capolino nel capoluogo, come da tradizione: migliaia di giovani che, zaino in spalla, si aggirano alle 10 di mattina nei cafè del centro o davanti alle vetrine dei grandi negozi, mentre i loro coetanei milanesi a qualche metro e i loro amici a qualche chilometro di distanza studiano come da dovere a da cliché.
Cadorna esponeva il suo ago tricolore con un bel giallo da balaustra di ponticello sul Naviglio al posto del bianco nazionale in questo suo particolare misto di antico (il castello), vecchio (i palazzi), nuovo (la stazione) ed immortale (il cielo laccato di azzurro a infiocchettato di nuvole), un mix tale da far quasi dimenticare la propria Novate, patria di contadini e di grandi poeti, ieri e forse pure oggi: nel suo piccolo, giornate del genere erano capaci di trasformare il Nostro in un novello Ungaretti; sentiva come salirgli dal profondo una parola macigno di quelle da lasciar sbalordita metà piazza al solo proferire... ma naturalmente il pezzo di carta manca sempre, a pure la voce, incatramata nella gola di un gennaio bello ma rigido come non mai.
Seguiva il percorso non segnato di mille gite scolastiche compiute da bambino, il nostro, con la gente attorno a lui, nella fiumana, che riacquistava una certa sobrietà dopo la sbornia pendolare delle 8 a.m. ... Giò si guardava in giro, stupito non per la quantità di gente, quanto per quella di singoli individui, ognuno con la sua storia, ognuno col suo reclamo personale indirizzato alla Direzione dell’Azienda con la A maiuscola. E come una goccia d’acqua che fa spuntare fiuori la sua testolina dalla cresta dell’onda, osservava le impercettibili scie ordinate che la massa disegnava sui marciapiedi. Decise di farsi trascinare da alcune facce immediatamente più simpatiche di altre, e tenne la destra rispetto alla strada che lentamente svoltava dall’altra parte.
Il Dal Verme immerso nella luce rosa: giusto pochi sguardi ed ecco di colpo la memoria che scarica vangate di rimembranze acerbe a bei ricordi assortiti. Ma son tutte cose un po’ troppo personali perché il ragazzo venga a raccontarvele. Piuttosto, doveva stare attento, perché in una piazzetta accessoriata con chiesetta ortodossa più cancellone verde scuro più penosa colata di cemento spacciata per mini anfiteatro la gente s’era divisa, ognuno per la sua via, in un crogiuolo di stradine.
Riuscì a rivedere la luce solo una volta sbucato su Via Dante, stranamente vuota nella zona pedonale. Continuò, andando un po’ a naso, mentre la madunina si faceva strada fra i tetti degli alti palazzi con l’urgenza di chi annuncia e di chi accoglie. La giornata mostrava il suo splendore d’aria a di luce, intanto. Piazza Cordusio in queste condizioni era come se la E Street Band al completo si fosse piazzata sul tetto delle Poste a Bruce Springsteen in persona avesse attaccato la terza strofa di "Lonesome Day", con tanto di orchestra di violini ... 1’organo che attende, affiato come un rasoio, mentre la voce sussurra a grida che, venisse anche il Giorno del Giudizio, lui troverà un modo di passare questa giornata solitaria ... a poi giù coi violini e i fiati a manetta, cascate intere di note impagabili sulla tua testa, come un innamorato troppo timido a silenzioso a cui a concesso solo una tantum di andare a sbirciare la sua donna, con quella stessa gioia a impotenza che batte sulla cassa toracica a fracassa senza pietà tutti gli organi sotto tiro...

Poi tutto s’accavallò abbastanza velocemente sulle sue iridi, Via & Piazza dei Mercanti, con ricordi troppo in là nel tempo lui a sua sorella che giocavano sotto i portici ... quasi senza accorgersene, era arrivato. Piazza Duomo, maestosa, scenario come sempre di grandi spettacoli di luce e colori. L’unica cosa che gli venne da pensare, in quell’attimo di malcelato stupore primitivo, fu: “Ed ora, ragazzi, un minuto di silenzio”.

Dunque... eccoci, pensò il Nostro, finalmente ci siamo ... ... ci siamo... . . . e ora?

C’era qualcosa che gli sfuggiva, come I’improvvisa voglia di. Un prurito di. Una sete acerba di.
Si agitò, prima solo interiormente, poi il tremito iniziò a trapelare anche all’esterno, non tanto come una convulsione, quanto come un formicolio diffuso, tanto che Giò inizaò quasi, istintivamente i gesti tipici del riscaldamento imparati anni prima dal mister, col bel risultato dei primi sguardi incuriositi dei passanti scandalizzati no: ne avevano viste di cotte a di crude, figuriamoci questo piccolo tic... . Prese la sua decisione, a si avviò con questa tensione verso il primo bar che lo sguardo riuscì ad afferrare.
Per 1’agitazione non si accorse nemmeno di camminare, semplicemente ad un certo punto si trovò dentro questo locale dalle grandi vetrate, in mezzo a turisti, uomini in giacca a cravatta e cinquantenni intente a sciogliere la propria esistenza in gigantesche tazze di cioccolata aromatizzate con qualche erba orientale. Qualcosa doveva pur prendere. Un cappuccio, ad esempio. C’erano rumori strani, a strani discorsi. La radio, quasi impercettibile perché quello sì che era un locale serio a dunque abbastanza discreto , mandava “Piange il telefono” di Modugno; i due signori piu vicini al Nostro discorrevano di qualcosa di assolutamente bizzarro come 1’intenzione del primo di prendersi un koala di casa, mentre il secondo cercava di dissuaderlo raccontandogli la sua esperienza con gli animali esotici; infine una cameriera, che sbatte la porta di vetro e di metallo laccato d’oro con un vassoio vuoto in mano a canticchiando “Dies irae, dies illa,/ solvet saeclum in favilla,/ teste David cum Sibylla…”. Forse tutto il mondo stava impazzendo, o stava prendendo una piega cosi misteriosa da rendere impossibile il raccapezzarcisi... Ordinare era la soluzione per uscire da quel caos primordiale. Era come se tutti i presenti in realtà fossero d’accordo a se la ridessero sotto i baffi, perché ...

Un barista qualsiasi gli consegnò la tazzina sul bancone di marmo screziato, con troppa forza, quasi sbattendo la porcellana sulla dura pietra, tanto che il cappuccio ondeggio pericolosamente, quasi trasbordando. Cliente e dipendente si gettarono sulla tazzina, tanto da afferrarla insieme, prima che il barista lasciasse Giò a finir di sbrigare la faccenda. II ragazzo guardò con sguardo insostenibile il povero liquido innocente, quasi avesse le mani piene di delitto e di sangue altrui ancora fresco, poi alzò di scatto la testa, cercando chi gliel’aveva consegnata, trovando solo degli scaffali pieni di liquori a di analcolici. Quella mano... gli aveva disgelato il segreto. Era solo.

Si girò, a vide tutti gli altri, intenti in altre faccende. In quei quattro, cinque secondi di silenzio si sarebbe gettato nelle braccia di qualsiasi cosa nel suo campo visivo avesse accennato ad un movimento verso di lui. Niente. Nessuno.
Pagò senza nemmeno aspettare to scontrino, ed uscì nervoso, tentando di trattenere quell’incendio che si sentiva divampare. Il sole, 1’aria fredda e 1’ampiezza di Piazza Duomo gli raffreddarono i bollenti spiriti, almeno per un po’. Ora doveva pensare a ripararsi dal freddo, ad esempio sistemandosi meglio la sciarpa. Vagava con il passo di un folle, e il tappeto di piccioni non poteva contare sul suo aiuto per sfuggire alle scarpe grigie che si stendevano pesanti e senza cura sul suolo. Tutta la piazza era un gruppetto, un chiosco di gente o un assemblamento di volatili, e anche chi non girava in gruppo sembrava comunque nell’orbita degli altri, elettrone fedele. Lui solo era 1’atomo disperso nel vuoto di una mattina troppo gelida. Si fermò un attimo, a fu come se avesse frenato col suo corpo un treno merci sparato a folle velocità: era arrivato in faccia alla chiesa, con alle spalle il monumento equestre colato di bronzo ossidato. Cosa avrebbe fatto ora? Come rispondendo ad un tacito imperativo, cercò con lo stesso sguardo disperato del bar un qualche cosa non che gli fosse amico, ma che mostrasse minimamente una scintilla di simpatia. Un marasma di giapponesi si muoveva informe e sbalordito davanti a lui, stormi di fidanzati delle più svariate nazionalità si abbracciavano o camminavano mano nella mano, un venditore di caldarroste guardava cinicamente qualche passante che forse avrebbe abboccato, sul sagrato i ghisa e i carabinieri controllavano chi entrava in Duomo o semplicemente che tutto andasse per il verso giusto, in piazza, e poi decine di altre persone, e... Preso da un istinto matto, Giò iniziò a dirigersi verso non si sa che, con una traiettoria continuamente in cambiamento, con molti passanti che non lo notavano nemmeno, e altri che si scostavano, vedendolo camminare verso di loro a buon passo: a tutti puntava in facccia un paio di occhi spalancati ed una bocca aperta, quella che si usa indossare quando si canta un duetto, le labbra spalancate in attesa di un “la” che non arrivava. Un piccione notò, planando, che quello strano ragazzo silenzioso stava impercettibilmente compiendo una spirale, con le falcate delle sue gambe che mano a mano aumentavano. Nessuno, nessuno rispondeva, nessuno si fermava. Avrebbe potuto, dovuto parlare: è così che si comunica, fra gli uomini; ma aveva un nodo triplo alla gola, le corde vocali erano invischiate in una parola che gli doveva essere cavata, da qualcun altro, tentava ma non ne era capace. Nella sua testa le facce si mischiavano, i vestiti così diversi per taglio e colori diventavano uno solo, le pelli si uniformavano, nel suo delirio visivo dovuto anche alla velocità era come se si formasse davanti alle sue pupille un qualcosa, non ancora un uomo, ma qualcosa di tacito che faceva sentire la sua presenza, come un’ombra muta che vi mette la mano sul suo petto per dimostrarvi che c’è. Si stava perdendo, stava andando alla deriva, completamente, non c’era più nien...
La sua mano, penzolante come quella di un cadavere, all’improvviso sentì una stretta invincibile e calda, e il suo corpo, fermato in quella morsa che avvertiva come gigantesca, barcollò pericolosamente prima di fermarsi. Con lo sguardo semi allucinato si volto a guardare. La pelle nera fu la prima cosa che notò, e quel colore così scuro, risaltato dal cappello bianco, tramortì i suoi sensi come una vampa di calore. Gli ci volle un secondo per capire che era, che esisteva, e che stava parlando con qualcuno. Con un ragazzo africano che stava cercando di vendergli un libro.
Ehi, amico, stai bene?
La mano, ancora stretta, gli fece tornare di botto il sangue alla testa. Raffazzonò in qualche modo il “si” che si dice quando conta semplicemente far vedere che si è svegli. Le parole di quell’inaspettato amico tornavano a venivano, ma c’erano... per un attimo Giò sentì ancora 1’aria fredda intorno, e lentamente girò il capo, convertendo la sua espressione in un sorriso compiaciuto per la piazza attorno a lui... Ma d’improvviso senti una fitta al polso: il solerte venditore gli aveva assestato una stretta un po’ troppo vigorosa per richiamarlo al fatto che egli era lì davanti a lui, a stava parlando, mica balle...
La cameriera, in un momento morto, aveva deciso di staccare un attimo, e visto che non fumava ma doveva pur far qualcosa, come ogni mattina si sporse un poco sulla piazza in divisa, quanto bastava per buttare per terra le briciole delle paste e delle brioches del bar, conservate per 1’occasione. Così i piccioni scesero a frotte come i fiori che senza preavviso spuntano nel deserto quando qualcuno si decide a far scendere la pioggia. Fra di loro c’era anche il nostro amico pennuto che aveva visto, ancora in volo, Gio a il venditore. Beccava con la forza dell’affamato. E la sete del mendicante.

Marco Giani